Il Fatto di Bruno Fasani
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La fragilità di tanti ragazzi problematici chiede loro una maggiore responsabilità

Don Lorenzo Guidotti, parroco bolognese, di sicuro non gioca di fioretto quando deve dire qualcosa. E soprattutto non le manda a dire. Qualcuno dovrà ricordargli che ai tempi del politicamente corretto bisogna stare attenti a ciò che si dice e a come lo si dice, soprattutto quando di mezzo ci sono minorenni, i quali godono di una sorta di intoccabilità.

Parole chiave: Bruno Fasani (266), Il fatto (343)

Don Lorenzo Guidotti, parroco bolognese, di sicuro non gioca di fioretto quando deve dire qualcosa. E soprattutto non le manda a dire. Qualcuno dovrà ricordargli che ai tempi del politicamente corretto bisogna stare attenti a ciò che si dice e a come lo si dice, soprattutto quando di mezzo ci sono minorenni, i quali godono di una sorta di intoccabilità. Finita l’epoca dello scappellotto salutare, che metteva a posto idee e comportamenti balzani, ora siamo arrivati a quella del poverino, dove non si capisce più se si tuteli la loro fragilità o la loro stupidità.
I fatti sono noti. Una ragazza bolognese diciassettenne esce un pomeriggio in piazza Verdi a Bologna, noto punto di incontro di sbandati e immigrati. Qui si prende una sbornia che la porta in condizione di non sapere più nemmeno d’essere al mondo. Si risveglierà il giorno dopo, abusata da un maghrebino. Quando i fatti vengono denunciati don Lorenzo va su Facebook a dire la sua. E cioè che non prova pietà perché le vere vittime sono altre. E qui sbaglia, perché anche una ubriacatura a diciassette anni, è comunque un segnale che qualcosa non va. L’adolescenza ha i suoi disagi, comuni e da sempre. Solo che le risposte a questo disagio oggi rischiano di trasformarsi in pericolose patologie. Ciò non toglie che un’adolescente sia una creatura ferita, le cui piaghe non sempre derivano da comportamenti solo personali errati. Basti pensare a genitori talvolta più fragili dei loro figli. Ma don Lorenzo ha ragione quando ricorda a questa ragazzina che ad andare nella vasca dei piranha si finisce per uscire con qualche arto mozzato. E questo non tanto per tirare gli orecchi, quanto per ribadire il principio di responsabilità. Al quale non può sottrarsi neppure un’adolescente. Se l’è cercata sosteneva il detto popolare davanti ad una disavventura gestita con poca avvedutezza. Ed era un modo per dire che le nostre azioni hanno comunque una ricaduta di cui dobbiamo assumerci le conseguenze.
Penso a questo episodio e lo associo a quanto accaduto in terra emiliana in questi giorni, dove 63 ragazzine dai 14 ai 17 anni hanno pubblicato in una chat privata le foto dei loro corpi nudi, in pose provocatorie o parti anatomiche del loro corpo. È bastata la confidenza ad un maschietto poco riservato, perché questi mettesse in circolazione tanto stimolante materiale, oggi di fatto non più arrestabile perché scaricato da chissà quante persone.
La polizia postale sta indagando, ma qualcuno dovrà pur chiedere a queste ragazzine dove avevano la testa quando hanno deciso di prodursi in tanta esibita oscenità. È troppo chiedere loro un minimo di responsabilità, almeno quella di sapere che le immagini pubblicate finiscono inevitabilmente sulla piazza virtuale, dove c’è posto per guardoni, pedofili e sporcaccioni? O dobbiamo continuare, nel tempo dei poverini, a dare la colpa ad altri come se il loro futuro non dipendesse anche dalla loro responsabilità?

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