Il Fatto di Bruno Fasani
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L’assenza di felicità è una grave malattia da curare senza ritardi

La prima cosa che guardo quando incontro una persona è la bocca. Con un po’ di intuito e un po’ di esperienza capisci subito molte cose. Capisci se è disponibile a comunicare. Soprattutto ne intuisci lo stato d’animo. L’unica accortezza da tenere presente è non fidarsi di sorrisi troppo esibiti, che quasi sempre, più della felicità, esprimono la forzatura dentale dell’ipocrisia...

Parole chiave: Il Fatto (424), Bruno Fasani (332), Felicità (5)

La prima cosa che guardo quando incontro una persona è la bocca. Con un po’ di intuito e un po’ di esperienza capisci subito molte cose. Capisci se è disponibile a comunicare. Soprattutto ne intuisci lo stato d’animo. L’unica accortezza da tenere presente è non fidarsi di sorrisi troppo esibiti, che quasi sempre, più della felicità, esprimono la forzatura dentale dell’ipocrisia. Facevo tra me questi ragionamenti, mentre leggevo i resoconti del duplice delitto nel Leccese, dove un ragazzo di 21 anni ha massacrato due persone con 60 fendenti, giustificandolo con il fatto che era “invidioso della loro felicità”. “Una cavolata”, come l’ha definita davanti ai magistrati. E la parola, da sola, basta a raccontarci la tavolozza del suo animo.
Felicità, merce rara di questi tempi. Anche nelle persone di Chiesa purtroppo, dove una certa mestizia clericale non sempre racconta la gioia di chi dovrebbe aver trovato la perla preziosa o il tesoro nel campo. La prima omelia comincia dal sorriso e dal volto accogliente, come fotografia dell’anima. Il resto è mestiere.
Felicità. È soprattutto nelle nuove generazioni che facciamo fatica a intravvederne le tracce. Gente malcontenta, verrebbe da dire osservandola da vicino. Li incroci questi giovani e non sorridono. Capisci che non hanno alcun interesse a comunicare, neppure con uno sguardo. Ridono poco e quando ridono lo fanno collettivamente, in maniera eterodiretta e soprattutto per induzione mediatica, quando un Littizzetto di turno si esibisce nella volgarità di battute sul sesso. Sarebbe interessante capire perché oggi per accreditarsi come comici si sia scelta la strada che va dalla cintura in giù.
Cercare la felicità è diventato uno stress, mi diceva un amico. Obbligati dal mondo dei media, dagli spot pubblicitari e dai riti collettivi di massa a cercarla sugli scaffali del consumo, mentre progressivamente questa perdita di interiorità semina una felicità falsa e artificiale.
Penso alla mia gioventù. Eravamo felici? So che ci mancavano molte cose, praticamente il più, ma avevamo una sostanziale serenità interiore. Mi chiedo spesso da dove nascesse. E la risposta va sempre nella stessa direzione: eravamo contenti perché a funzionare erano soprattutto le relazioni umane. Rivivo i filò nella stalla, dove l’ecologia umana si univa a quella animale e ambientale, quasi a formare una sola realtà famigliare. Era un lutto la perdita di una vacca ed era una conquista rubare ai sassi e al bosco qualche metro di terra per piantarci le patate.
Oggi la relazione non va più di moda. Umiliata dentro le protesi della comunicazione, di fatto irrilevanti per la crescita delle persone. Guardate i morosi dentro una pizzeria, intenti a chattare sui reciproci cellulari in attesa della Capricciosa. Perfino nel linguaggio siamo caduti in un lapsus freudiano al tempo del Coronavirus. Ci chiedono di rispettare le distanze sociali, anziché quelle fisiche. Ma quelle sociali è da tempo che le stiamo tenendo, senza indossare la mascherina. Distanza tra generazioni, tra ricchi e indigenti, tra italiani e stranieri, tra bulli e fragili, tra credenti e mangiapreti, tra politica di governo e di opposizione... Una diffidenza diffusa.
Bisognerà tornare a parlarne di felicità, se vogliamo sperare nel futuro. La quale notoriamente non dipende dalla vincita al Superenalotto o dall’acquisto dell’ultimo modello di iPhone. Essere felici vuol dire avere trovato le risposte giuste con cui affrontare la vita. Chi sono davvero? Perché mi comporto così? Quali sono i miei veri obiettivi? È solo da questo confronto dialettico interiore, fatto con la matita rossa e blu, che si costruisce il motore che funziona. In definitiva è la coscienza che occorre coltivare se si vuole essere felici. A Delfo, sul portale del tempio di Apollo, stava scritto: “Conosci te stesso”. Tutto parte da lì.

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