Il Fatto di Bruno Fasani
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Il tempismo di certe indagini sembra a favore della politica

Quando parte la notizia, mancano quattro giorni alle elezioni regionali in Sicilia. Berlusconi è giù per la campagna elettorale, che vede il suo partito favorito per la vittoria. Dalla Procura di Firenze, con un tempismo degno dell’arresto di un criminale, si riaprono le indagini contro di lui. L’accusa? Mandante presunto delle stragi di mafia del 1993, quelle di Roma, Milano e Firenze.

Parole chiave: Il fatto (208), Bruno Fasani (138)

Quando parte la notizia, mancano quattro giorni alle elezioni regionali in Sicilia. Berlusconi è giù per la campagna elettorale, che vede il suo partito favorito per la vittoria. Dalla Procura di Firenze, con un tempismo degno dell’arresto di un criminale, si riaprono le indagini contro di lui. L’accusa? Mandante presunto delle stragi di mafia del 1993, quelle di Roma, Milano e Firenze.
Che dire? In questi casi è d’obbligo far ricorso all’ipocrisia dei luoghi comuni: piena fiducia nella giustizia, che saprà certamente fare chiarezza. Una chiarezza che intanto ha bisogno di tempi lunghi, anni e anni di indagini, sedute interminabili nei tribunali, valanghe di soldi da impiegare per accertamenti, intercettazioni… Direte voi: ma è fondamentale conoscere la verità! Senza ombra di dubbio. Dopo magari tutto si risolverà in una bolla di sapone, ma intanto gli elettori sappiano che il loro voto potrebbe andare a uno stragista.
Anche a rischio di entrare nel mirino di qualche lettore anonimo, armato del fucile della stupidità, dirò che comincio a diventare sospettoso circa i reali obiettivi di queste pelose ricerche della verità. E vi dico il perché.
Sulla presunta colpevolezza di Berlusconi come mandante delle stragi in questione, siamo al terzo filone di accertamenti. Il primo iniziò subito dopo i fatti. I magistrati allora non fecero il nome del presunto colpevole, si limitarono a chiamarlo Alias 1. Le indagini erano partite da alcune conversazioni di mafiosi che nominavano nelle loro chiacchiere il cavaliere. Furono fatte accuratissime investigazioni che approdarono a un nulla di fatto. Archiviazione fu la sentenza.
Nel 2008 ripartirono le indagini. Un collaboratore di giustizia, tale Gaspare Spatuzza, ritenuto da alcune Corti attendibile, disse di aver ricevuto una confidenza da un altro boss di Cosa nostra, tale Giuseppe Graviano, secondo il quale Berlusconi avrebbe affermato di avere il Paese in mano. Si rimise in moto la macchina, furono impiegati strumenti e uomini, con un dispiegamento di mezzi degno di una spy story, per arrivare alla sentenza della Cassazione: archiviazione! Ancora una volta.
È di oggi la pubblicazione di una intercettazione dello stesso Graviano, sì ancora lui, che parla di presunte confidenze che avrebbe avuto dal cavaliere. Il quale avrebbe detto che voleva vincere dappertutto. Peccato ci fossero alcuni vecchi di mezzo… Quindi, cosa di meglio che farli fuori, sembrerebbe alludere l’integerrimo cittadino dietro le sbarre, ascoltato e usato come una reliquia di santa Rita, quella delle cause impossibili.
Neppure un dubbio che le parole di un farabutto possano essere funzionali ad altri giochi, ad altre strategie, visti gli esiti delle inchieste precedenti. Seminare fumo fa sempre effetto, anche dopo due archiviazioni. Soprattutto se il gioco vale la candela. Ancora una volta quella elettorale.

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