Il Fatto di Bruno Fasani
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I drammi sulla strada chiedono educazione e anche repressione

Tra le cose dimenticate, mi viene tra le mani una medaglia d’oro vinta in terza media, sul finire degli anni Cinquanta, per una campagna di educazione stradale. E mi vengono subito due dubbi...

Parole chiave: Educazione Stradale (1), Il Fatto (392), Bruno Fasani (305)

Tra le cose dimenticate, mi viene tra le mani una medaglia d’oro vinta in terza media, sul finire degli anni Cinquanta, per una campagna di educazione stradale. E mi vengono subito due dubbi. Il primo, di averla meritata. A quei tempi, di auto dalle mie parti ne passava qualcuna ogni tanto e, quanto alla patente, bisognava prima lavorare e guadagnarsela se si voleva circolare per strada. Difficile pensare che avessi già le idee chiare in fatto di traffico, precedenze e Codice della strada. Il secondo dubbio: che sia d’oro. Effettivamente, a guardarla così sciupata, senza averla mai toccata, più che oro sembra una passata di porporina. Eppure mi emoziona pensare a una scuola che, quando ancora il traffico era una bestia sotto controllo, si premurava di educare i futuri automobilisti.

Rigiro tra le mani la medaglia mentre la cronaca mi consegna gli ultimi drammi di strada. Quello che più ha impressionato l’Italia si consuma a Roma, a Casalpalocco. Matteo Di Pietro, vent’anni, è alla guida di un Suv Lamborghini, un giocattolo da 250mila euro. Con quattro suoi amici fa parte del gruppo The Borderline, un nome un programma. Stavolta la sfida è guidare per 50 ore di seguito, alternandosi al volante, per poi postare il filmato su YouTube. Qualcuno dice per il gusto di avere un like di apprezzamento. In realtà 600mila followers, tanti sono quelli che guardano le loro bravate, garantiscono qualcosa di più della gloria. In una settimana hanno portato a casa 6mila euro postando le loro imprese da fuori di testa. Abbastanza per comprarsi le sigarette e anche la cannabis, da cui sembrano attingere ispirazione. Peccato che il loro ultimo sogno si infranga nella fiancata di una piccola Smart, ammazzando Manuel, un bambino di cinque anni. Ma non aveva il Di Pietro un padre e una madre, si chiede qualcuno? Per averli, li aveva e li ha ancora, ma il padre non sembra migliore del figlio e mi fermo qui. Della serie, come si dice dalle mie parti, che chi di gallina nasce, in terra razzola. 

Guardo la medaglia e penso al giovane che, a Verona, va contromano in una via della città, travolge una signora in bicicletta, abbandona il monopattino e se la dà a gambe. Penso a chi, sempre più spesso, guida mandando messaggi dal cellulare, gira senza mettere le frecce, si distrae agli stop, negando la precedenza… Penso che, col passare degli anni, i riflessi si fanno meno pronti, richiedendo un supplemento di attenzione. Ma, soprattutto, che l’attenzione oggi va messa prima di tutto alla guida degli altri.

Che fare? La mia medaglia è lì a invocare il ritorno dell’educazione stradale per le nuove generazioni, a partire dalla scuola elementare e senza interruzione fino a quella superiore. Perché non si tratta di imparare il codice a memoria, ma di creare coscienza, una merce in via di estinzione. E, in seconda battuta, usare anche la mano pesante se serve. C’è in giro un bambinismo giudiziario che ha rimosso l’idea della pena come rimedio, quando di mezzo ci sono i giovani. Sant’Agostino direbbe che la punizione è giustizia per l’ingiusto, a prescindere dall’anagrafe.

Proprio in questi giorni il Codacons ha pubblicato i dati delle multe comminate nel 2022. In testa Milano con 151 milioni e 112 euro di media per residente. A seguire, Roma con 133 e 47 di media, poi Firenze e Bologna sopra i 120 euro per residente. In coda Napoli, la cui correttezza è notoriamente risaputa, con 9,6 euro pro capite. Non è che toccare il portafoglio incida automaticamente sulle coscienze, ma provarci non guasta.

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