Il Fatto di Bruno Fasani
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Criminali in circolazione e certezza della pena

Rischiare di morire per un po’ di fumo. Non quello inspirato dalle sigarette, che lasciano sui polmoni una poltiglia di catrame. Più semplicemente per aver chiesto a un viaggiatore della metropolitana di Roma di non fumare sul convoglio...

Parole chiave: Criminalità (2), Il Fatto (366), Bruno Fasani (287)

Rischiare di morire per un po’ di fumo. Non quello inspirato dalle sigarette, che lasciano sui polmoni una poltiglia di catrame. Più semplicemente per aver chiesto a un viaggiatore della metropolitana di Roma di non fumare sul convoglio.
È quello che è accaduto a Maurizio Di Francescantonio, 37 anni di Tivoli. Con la madre sta tornando a casa, quando nota un giovane viaggiatore che sta fumando tranquillamente. «Per favore puoi spegnere la sigaretta che qui è vietato fumare e dai fastidio?».
La riposta è una gragnuola di pugni che colpisce lui e la madre, mandandolo in ospedale con prognosi riservata. Emorragia cerebrale e fratture ossee, questa la diagnosi.
Alla scena assistono vari passeggeri, che fuggono senza muovere un dito per difendere il malcapitato. Poi saranno le telecamere a consentire l’arresto del picchiatore e del sodale che gli ha dato manforte. Due giovani di Caserta, con precedenti penali.
Il 9 ottobre prossimo passerò una giornata intera a “Regina Coeli”, il carcere dove attualmente sono rinchiusi. Vorrei chiedere loro, guardandoli in faccia, il perché del loro comportamento animalesco. Solo che non so se li troverò ancora lì. Sappiamo come funziona la giustizia in Italia, o meglio come non funziona. Non per colpa dei magistrati, che si limitano ad applicare le leggi. Il fatto è che in carcere non ci sono più posti e l’Europa ci bastona con multe milionarie se non garantiamo barba e capelli ai signori delinquenti. E allora invece di fare delle nuove carceri, magari senza tangenti così da risparmiare, noi questa gente la si rimette in libertà, al massimo agli arresti domiciliari o con l’obbligo della firma, che è lo stesso che mandarli a spasso, liberi di fare il resto.
Siamo anche stanchi, davanti ad un degrado che sembra non arrestarsi più, di sentire le litanie dell’ecumenismo buonista: bisogna che la scuola, la società, bisogna che la Chiesa, che la famiglia, bisogna che la cultura... Va bene, bisogna tutto questo. E intanto? Intanto bisogna che questi delinquenti Gomorra-style paghino per quello che hanno fatto. Non una pena punitiva, ma redentiva. E l’unica strada perché ciò avvenga è quella di imporre ai detenuti di lavorare. Non per sfruttarli. Anzi. Ma il carcere deve finire d’essere un allevamento all’ingrasso, con costi elevatissimi (si parla di oltre 200 euro al giorno per detenuto) e trasformarsi invece in una opportunità. Non credono i nostri politici che se proponessero una simile ipotesi tornerebbero ad avere il consenso della popolazione, aiutando a ripristinare il senso civico? Quel senso civico che non hanno dimostrato i viaggiatori presenti al pestaggio, i quali si sono guardati bene dal soccorrere il malcapitato. La paura fa questi effetti, dirà qualcuno. Peccato che per paura non sia previsto qualche giorno di pena. Magari per omissione di soccorso.

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