Il Fatto di Bruno Fasani
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Basta vendere chiese per farne discoteche

In questi giorni in Vaticano si discute sul destino delle chiese dismesse. Un numero spaventosamente in crescita. A volte per danni subiti che non si riesce più a riparare per mancanza di fondi. Si pensi all’ultimo terremoto che ne ha messo fuori uso circa tremila. Altre vengono abbandonate perché in esubero rispetto ai praticanti che chiedono di fruirne. Altre volte ancora si tratta di chiese private o appartenenti a monasteri, ormai senza più vocazioni.

Parole chiave: Il Fatto (367), Bruno Fasani (288)

In questi giorni in Vaticano si discute sul destino delle chiese dismesse. Un numero spaventosamente in crescita. A volte per danni subiti che non si riesce più a riparare per mancanza di fondi. Si pensi all’ultimo terremoto che ne ha messo fuori uso circa tremila. Altre vengono abbandonate perché in esubero rispetto ai praticanti che chiedono di fruirne. Altre volte ancora si tratta di chiese private o appartenenti a monasteri, ormai senza più vocazioni.
Ma soprattutto è la mancanza di praticanti la ragione prima di questo rassegnato abbandono. Secoli di storia, di fede, di arte, di cultura che vengono seppelliti sotto le macerie dell’indifferenza e della indisponibilità di fondi per mantenerle, sia pure come monumenti.
Fenomeno che inquieta, ma anche messaggio che interpella con il linguaggio della profezia, quasi come se nostro Signore volesse spingere il piccolo gregge rimasto fedele dentro i solchi della strada, polverosa e senza certezze, per rifondare il Vangelo dentro le zaffate di indifferenza che ci lambiscono. “«Distruggete questo tempio – aveva detto Gesù – e io lo ricostruirò in tre giorni». Parlava del tempio del suo corpo”. Affermazione rivoluzionaria per indicare che era giunto il tempo in cui la cultura del tempio veniva superata a favore di una fede che rendeva lode a Dio in comunione con il prossimo, attraverso la “Chiesa” che è il corpo dei credenti. Forse l’enfasi di tanti campanili svettanti, simbolo di una civiltà cristiana in via di consunzione, oggi deve fare i conti con una umiliante situazione di resa, che ci obbliga in maniera perentoria a diventare Chiese che camminano con le gambe e i volti dei credenti.
Eppure anche le chiese dismesse ci raccontano le ferite di una società che ha perso qualsiasi senso del Mistero. Chiese vendute e poi trasformate in ristoranti, birrerie, pizzerie, sale giochi, night club e discoteche con tanto di cubiste. Quasi una rivincita del potere di questo mondo su quello che fu un tempo lo spazio dello Spirito.
Ed è proprio di questo che si parla in Vaticano in questi giorni, con la seria determinazione di dire basta a compratori senza scrupoli, liberi e sfrontati nel sostituire il Dio pregato con il dio denaro. Chi d’ora in poi vorrà acquistare un edificio di culto dovrà sottostare ad un vincolo di destinazione d’uso, che obbligherà a orientarsi a trasformarlo in luogo con finalità sociali, di assistenza e ricreative. Se proprio se ne vuol ricavare un utile, che almeno sia fatto salvo il rispetto per le persone e la loro volontà di incontrarsi per fraternizzare.
Ma su questa frontiera non sono attesi soltanto i compratori di chiese senza più cristiani, ma soprattutto quei cristiani chiamati a fare delle loro chiese luoghi dove si sta bene insieme, respirando profumo di Vangelo. Non tanto spazi dove il rito prende il sopravvento in maniera formale e abitudinaria, ma occasioni per ritrovare il senso del trascendente dentro una società materialista e indifferente. Sarà questo l’unico modo per arrestare l’emorragia delle chiese dismesse. Nella speranza che si torni, in tempi non biblici, a restituirle alla funzione per cui sono sorte, essere cioè casa di incontro con Dio e con il prossimo.

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