Il Calciastorie
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Quei saluti militari comprensibili ma inaccettabili

Se c’è una cosa della quale i calciatori argentini non parlarono, nel mondiale del 1978, fu la scomparsa di tanti oppositori della dittatura. Giocavano per la propria nazione e ne difendevano un onore, in realtà, sporcato dagli orrori della giunta militare di Videla e certamente non ripulito dalla vittoria della coppa del mondo.

Parole chiave: Il calciastorie (78), Sport (86), Calcio (84)

Se c’è una cosa della quale i calciatori argentini non parlarono, nel mondiale del 1978, fu la scomparsa di tanti oppositori della dittatura. Giocavano per la propria nazione e ne difendevano un onore, in realtà, sporcato dagli orrori della giunta militare di Videla e certamente non ripulito dalla vittoria della coppa del mondo. Lo stesso, ahinoi, vale per l’Italia vittoriosa ai mondiali del 1934 e del 1938 (più i giochi olimpici del 1936), che ci portarono a un soffio dalla conquista definitiva della coppa Rimet, poi persa contro il Brasile di Pelé nel ’70 (la regola era: chi vince tre volte si porta a casa il trofeo, e prima della finale eravamo due a due). Vittorie in onore del fascismo, con braccia tese e proclami che – se non fossimo a conoscenza dei drammi causati dalla dittatura – sembrano persino ridicoli. Così come sembra semplicemente ridicola quella manifestazione di patriottismo (un saluto militare) espressa in questi giorni dai calciatori turchi come Demiral (Juventus), Under (Roma), Calhanoglu (Milan). E che ridicola non è affatto, visto che avviene all’indomani dell’offensiva di Erdogan in Siria. Persino in Belgio, una squadra composta da bambini di origine turca si è fatta immortalare nel gesto che, ormai, equivale a una fedeltà alla dittatura. Giusta l’indignazione, e si chiede ai calciatori turchi di smetterla. C’è chi ha preso posizione, come la squadra tedesca del Sankt Pauli, che ha risolto il contratto con Cenk Sahin. Ma quella dei “pirati di Amburgo” è una squadra proletaria, dove il peso dei tifosi conta, e non c’è un grande magnate di turno, magari straniero, a tirare le fila. Ai turchi che giocano in Italia risulta difficile chiedere di resistere alle pressioni del proprio Paese. Anche ammesso che siano consapevoli della strada intrapresa da Erdogan (e non è affatto detto), come possono mostrare il loro dissenso pensando ai parenti rimasti in patria? In passato c’è chi lo ha fatto, e li chiamiamo eroi. È comunque inaccettabile che manifestazioni di questo tipo prendano piede in Europa, soprattutto con le maglie di club. E ai tifosi (di Juve, Roma, Milan e non solo) viene chiesto lo sforzo – apparentemente contraddittorio – di non fare i tifosi. Non qui, dove si gioca una partita più importante, su un campo più sanguinoso.

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