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Un “vaccino” anti-violenza

Odio e violenza. È il binomio dal quale siamo infettati quotidianamente. Non si sono ancora celebrati i funerali per le vittime della discoteca “Pulse” di Orlando in Florida, che i notiziari annunciano un altra sparatoria presso un centro commerciale di Amarillo, in Texas. Per fortuna l’unica vittima in questo caso è l’attentatore.

Parole chiave: Odio (1), Violenza (16), Editoriale (336), Stefano Origano (128)

Odio e violenza. È il binomio dal quale siamo infettati quotidianamente. Non si sono ancora celebrati i funerali per le vittime della discoteca “Pulse” di Orlando in Florida, che i notiziari annunciano un altra sparatoria presso un centro commerciale di Amarillo, in Texas. Per fortuna l’unica vittima in questo caso è l’attentatore. E nel Vecchio Continente non siamo messi meglio: qui è la Francia, in questo momento, l’epicentro di nuove battaglie e devastazioni urbane che si accendono come micce in occasione di manifestazioni sportive e sindacali. A tutto questo si aggiunge l’immancabile azione omicida targata Isis.     
Sono fatti che vanno analizzati senza confusione, ma il cittadino percepisce un generale imbarbarimento della vita. Le condanne e le dichiarazioni dei leader politici riescono ad avere l’effetto dell’acqua fresca. La gente non ha più il coraggio o la forza di indignarsi e rischia di subire tutto con la rassegnazione stanca e rinunciataria che fa abbassare la guardia rendendola ancor più vulnerabile. È come un virus che inesorabilmente intossica la vita delle persone e resiste alle terapie antibiotiche, in questo caso rappresentate dalla raccomandazione a mantenere le proprie abitudini, senza lasciarsi prendere dal panico.     
Sì, ma come si fa a rimanere normali in questo contesto? È come se ci trovassimo nel mezzo di un terremoto e le autorità, invece di indicarci le vie più veloci per metterci in salvo, ci ordinassero di rimanere nelle nostre case perché è tutto sotto controllo.
Se invece di seguire la strategia di vivere mantenendo le nostre abitudini “normali”, convinti di scoraggiare chi ci sta attaccando, cambiassimo veramente il nostro stile di vita e anche in modo consistente? Anziché aspettare il prossimo attentato, che comunque ci sarà, sperando che non sia troppo vicino a casa nostra, possiamo lasciarci guidare in un nuovo passaggio che ci faccia uscire dall’attuale Mar Rosso. Ci sono due vie, semplificando un po’: quella predicata dal candidato alla Casa Bianca, Donald Trump: più armi, più polizia (buona anche la tortura), blocchi alle frontiere, estromissione dei musulmani, disinteresse per l’ambiente... Altra via quella proposta dal Vangelo, anzi di segno decisamente opposto: misericordia, integrazione, attenzione ai poveri, nuovo rapporto con la madre terra... Se la diagnosi che abbiamo fatto è corretta e cioè il male che ci affligge viene dall’odio e dalla violenza, la cura più plausibile per guarire mi pare la seconda, anche se è la meno normale.

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