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Tra il sentito dire e l’averlo visto

«Fare il giornalista? Sempre meglio che lavorare», ci sbeffeggiava un professore dell’Università di Verona, pure lui del resto iscritto all’Albo...

Parole chiave: Editoriale (374), Luca Passarini (73)
Tra il sentito dire e l’averlo visto

«Fare il giornalista? Sempre meglio che lavorare», ci sbeffeggiava un professore dell’Università di Verona, pure lui del resto iscritto all’Albo. Noi giovani studenti che sognavamo di lanciarci in questa professione con passione dovevamo fare i conti con questa frase, tradizionalmente riferita al grande giornalista Luigi Barzini (1874-1947), ma anche con un pregiudizio diffuso in tante persone. Oltre vent’anni dopo essermi sentito rivolgere per la prima volta questa provocazione, mi chiedo – ora con più responsabilità – se davvero quello del giornalista sia un “non lavoro”, di cui l’umanità potrebbe fare a meno o se addirittura hanno ragione quelli che dicono che  sono loro il vero problema dei nostri giorni. In fondo, sempre meno persone si informano presso professionisti e sempre maggiore è il flusso di notizie da cui siamo sommersi e che ci possono fornire tutte le persone umane e ormai anche quella che chiamiamo “intelligenza artificiale”. Nei giorni scorsi, poi, alcuni quotidiani italiani hanno riportato il fatto che la colpa del bombardamento all’ospedale a Gaza era riconducibile da alcuni ad Hamas e da altri all’esercito israeliano, in base al social network a cui erano iscritti. Un tragico esempio (dentro, tra l’altro, la retorica di guerra) che ci fa dire come non possiamo essere semplicemente in balia di interessi privati o del sentito dire, che a volte è: «L’ha detto mio cugino!». Più che mai oggi c’è bisogno di vero giornalismo. Qualsiasi cosa ci presenterà il futuro, anche tecnologicamente, rimarrà necessario il giornalista se testimonierà con il suo lavoro che non basta aver sentito dire qualcosa, ma che tutto cambia se si va a vedere e verificare. Che non è solo questione di lasciarsi andare alle emozioni del momento, ma che serve intelligenza. Che non si tratta di fare un’ammucchiata di tante cose, ma che qualcuno le sappia ponderare e vagliare con capacità critica. Che non è tanto ritenersi liberi di dire quello che si vuole, ma sentirsi responsabili e avere il desiderio di garantire la vera libertà di informazione. Che la vera sfida non è trovare il modo di ripetere ciò che tutti già dicono e va di moda, ma di cercare di dare voce a chi fa più fatica a trovare spazio e considerazione.

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