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Riscoprire la preghiera

Lanciare segnali in situazioni di scarsa visibilità è una pratica messa in atto in tutti i frangenti per garantire la sicurezza. Quando cioè gli occhi non sono sufficienti perché c’è nebbia o buio, bisogna ricorrere agli altri sensi per aiutare le persone a rimanere concentrate: perché la distrazione in taluni casi potrebbe essere fatale.

Parole chiave: Stefano Origano (128), Editoriale (337), Virus (10), Preghiera (27)

Lanciare segnali in situazioni di scarsa visibilità è una pratica messa in atto in tutti i frangenti per garantire la sicurezza. Quando cioè gli occhi non sono sufficienti perché c’è nebbia o buio, bisogna ricorrere agli altri sensi per aiutare le persone a rimanere concentrate: perché la distrazione in taluni casi potrebbe essere fatale. Vale anche per la situazione inverosimile generata dal recente contagio virale che sta paralizzando le nostre comunità. E se il pericolo è grave, il segnale deve essere altrettanto forte. Tutti noi ricordiamo come all’inizio di questa surreale vicenda i mezzi di comunicazione avessero acceso i propri riflettori gridando “allarme”, poi improvvisamente si è cambiato genere letterario e si è passati a stigmatizzare la paura generata da una informazione sensazionalistica. Dunque dall’allarme Coronavirus si è passati all’allarme sulle conseguenze economiche e finanziarie spropositate scatenate da quella che è stata definita solo una nuova “forma influenzale”. Tanto è bastato comunque per mandare in confusione il nostro sistema. E nella confusione succede un po’ di tutto. Per esempio che si chiudano scuole e chiese, cinema e teatri, musei e stadi, ma si tengano aperte altre attività commerciali ben più idonee alla trasmissione del virus. Si cerca di combattere il contagio con provvedimenti un po’ a macchia di leopardo dando la netta sensazione che l’unica cosa da fare è aspettare che passi. Un chiaro segnale dovrebbe arrivare dalle comunità cristiane, che in momenti come questo hanno la possibilità di testimoniare la fecondità della preghiera. Se non si può celebrare l’Eucaristia, si può “visitarla” dove c’è la possibilità di fermarsi nel silenzio dell’adorazione. Se non si può andare tutti insieme in chiesa, si può dare maggior cura alla preghiera in famiglia, magari vincendo quella sorta di vergogna che ci impedisce di coinvolgere i vicini di casa o di condominio. Così, passata l’epidemia del virus, ci ritroveremo con quei preziosi anticorpi che combattono la paura e l’individualismo. «Dove due o tre… Io sono in mezzo a loro», disse il Maestro e dunque ripartiamo da lì. Dalla comunità familiare, dalla cerchia degli amici, dall’ambiente di lavoro. Con l’orazione che troppo frettolosamente abbiamo disimparato a fare prima di ogni nostra attività individuale o condivisa con altri. Gli strumenti pastorali non mancano e l’occasione è propizia per riscoprire la fonte di coraggio e di speranza che è la preghiera cristiana. La situazione ogni giorno si fa più grave, sursum corda.

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