Condiscepoli di Agostino
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L’amore nell’uomo e la conoscenza negli angeli

La facoltà superiore alle altre nell’uomo è l’amore, capace di amare l’amore, da cui si sente attratto, calamitato. Ecco che cosa ci dice in proposito Agostino: “È amato l’amore...

Parole chiave: Sant'Agostino (63), La città di Dio (32), Mons. Giuseppe Zenti (244), Vescovo di Verona (218)

La facoltà superiore alle altre nell’uomo è l’amore, capace di amare l’amore, da cui si sente attratto, calamitato. Ecco che cosa ci dice in proposito Agostino: “È amato l’amore. E da qui lo si prova: dal fatto che negli uomini che sono amati rettamente, l’amore è amato più intensamente. Né, infatti, si dice meritatamente uomo buono chi sa che cosa è il bene, ma chi lo ama. Perché pertanto anche in noi stessi non sentiamo di amare anche l’Amore stesso, con il quale amiamo qualunque cosa amiamo?… Come il corpo è portato dal peso, così l’animo dall’amore, dovunque è portato. Pertanto, siamo uomini creati ad immagine del nostro Creatore, di cui l’eternità è vera, eterna è la verità, eterna e vera è la carità ed è Egli stesso eterna e vera cara Trinità, non confusa né separata. Certo, le cose che sono a noi inferiori non tenderebbero ad un certo ordine, se non fossero state fatte da Colui che sommamente è, che sommamente è sapiente, che sommamente è buono. Attraverso tutte le cose che ha fatto con mirabile stabilità, come di corsa raccogliamo le sue vestigia impresse ove più ove meno. Cogliendo in noi stessi la sua immagine, rientrati in noi stessi come il figlio minore del Vangelo, alziamoci e ritorniamo a Lui, dal quale con il peccato ci eravamo allontanati. In Lui il nostro essere non avrà la morte; in Lui il nostro conoscere non avrà errore; in Lui il nostro amare non avrà offesa” (De civ. Dei, XI, 28).
A questi testi, segue una serie di paragrafi dedicati da Agostino alla riflessione, fondata sulla Bibbia, nei confronti degli angeli, riguardo ai quali Agostino prova una sorta di invidia, in quanto essi conoscono Dio direttamente. Inizia così: “Certamente quegli stessi angeli santi non conoscono Dio attraverso il suono delle parole, ma proprio per mezzo della presenza dell’immutabile Verità, cioè del suo Verbo unigenito, e il Verbo in persona e il Padre e il loro Spirito Santo e il loro essere inseparabile Trinità e la sussistenza del loro essere singole persone, e tuttavia li conoscono non come tre dei, ma un solo Dio, in modo tale da conoscere questa realtà più di quanto ci è dato di conoscere noi stessi” (De civ. Dei, XI, 29). Precisa ulteriormente il fatto che gli angeli hanno maggior conoscenza di ogni cosa rispetto a noi in quanto conoscono tutto, le stesse ragioni eterne, nella Sapienza, cioè nel Verbo, di Dio (Cfr. Ivi). Sono esseri comunque anch’essi creati e altro da Chi li ha creati. Certo, la vastità di conoscenze che possedeva Agostino e la sua insaziabile curiosità lo sospingevano a diramare le riflessioni all’infinito, sia quelle che riguardano nel caso specifico gli angeli, sia i numeri nella Sacra Scrittura. Le digressioni erano per lui una tentazione. Ma anche lui, come Dante quando afferma di essere vincolato dal “fren dell’arte” (Purgatorio, XXXIII, 141), sente il dovere di mantenere “la norma della moderazione e dell’importanza” (De civ. Dei, XI, 31). A differenza degli angeli santi, “che hanno l’eternità dell’esistere, la felicità del conoscere e la serenità del riposo” (Ivi), per noi diventa una fatica anche lo stesso investigare le sacre Scritture per comprendere che cosa esse ci vogliono dire (Cfr. Ivi). Agostino tuttavia si sente appagato comunque di aver lumeggiato l’argomento di “questi due gruppi angelici, fra di loro dissimili e in lotta, uno buono di natura e retto nel volere, l’altro buono di natura, ma perverso nel volere” (De civ. Dei, XI, 33). Riconoscendo nei “due diversi gruppi di angeli in lotta tra di loro” (De civ. Dei, XI, 34) gli inizi delle due città!

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