Condiscepoli di Agostino
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L’amico vero è un altro io

Come narra nel libro quarto delle Confessioni, a diciassette anni, dunque nel fior dell’adolescenza, Agostino aveva stretto e cimentato una amicizia formidabile con un suo coetaneo, già suo condiscepolo negli studi a Cartagine...

Parole chiave: Aforismi (48), Sant'Agostino (178), Mons. Giuseppe Zenti (313)

Come narra nel libro quarto delle Confessioni, a diciassette anni, dunque nel fior dell’adolescenza, Agostino aveva stretto e cimentato una amicizia formidabile con un suo coetaneo, già suo condiscepolo negli studi a Cartagine. Purtroppo, a causa di forti febbri, morì. Per Agostino fu una tragedia. Rimase sconvolto. Avrebbe voluto andare lontano dai luoghi che gli ricordavano l’amico. Dice di se stesso: “Ero diventato un problema a me stesso”. Si sentiva misero e persino dilaniato. Gli balenava alla memoria qualche altra forte amicizia, quella del mito greco tra Oreste e Pilade. Di loro si affermava che uno era disposto a morire per l’altro o a morire insieme, “perché – rileva Agostino – cosa peggiore della morte era vivere non insieme”. Vivendo la morte dell’amico, di cui non ha mai fatto il nome, come una tragedia insopportabile e sconvolgente, Agostino non esita ad affermare che in quei momenti odiava la morte come “atrocissima nemica”. Gli sembrava impossibile e assurdo che il suo amico fosse morto, mentre lui era ancora vivo. D’altra parte, precisa, lo aveva amato “come mai avesse dovuto morire”. E la ragione più profonda consisteva nel fatto che egli era un suo “alter ego” o, almeno la sua metà, come già aveva annotato il grande poeta latino Orazio di un suo amico: “metà della mia anima”. Agostino cercava un luogo in cui poter cancellare dalla memoria il ricordo dell’amico. In ogni caso, tuttavia, mai avrebbe potuto portare con sé, ovunque si recasse, sé stesso, nella cui memoria era inciso il ricordo affettivo dell’amico. L’unica soluzione, radicale, era quella di scomparire. Non gli restava altro che cambiare prospettiva e considerare quella tragedia dal versante della fede. Cosa che comprenderà solo in seguito, quando scrisse le Confessioni all’età di quarant’anni, già consacrato vescovo. Allora ha condensato il suo pensiero, decantato, sull’amicizia con un aforisma che merita di essere conosciuto e meditato: “Beato chi ama Te, Signore, e l’amico in Te e il nemico per amore tuo” (Confessioni 4, 9.14). Dunque, anche l’amicizia va vissuta non come un assoluto, ma in Dio! Allora è vera amicizia. Da questo convincimento si allarga l’orizzonte, sul quale non viene escluso l’amore nemmeno nei confronti del nemico. Amato non in se stesso, ma per amore di Dio.

† Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona

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