Condiscepoli di Agostino
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L’acqua della fede di Agostino scaturisce dalla medesima fonte di quella del Papa

La questione pelagiana era talmente seria e grave che Agostino, Aurelio vescovo di Cartagine e altri tre firmatari, sentirono il dovere di collaborare con papa Innocenzo I, con l’obiettivo di porre fine a tale eresia, attraverso una importante lettera, firmata a nome personale...

Parole chiave: Mons. Giuseppe Zenti (282), Vescovo di Verona (242), S. Agostino (6)

La questione pelagiana era talmente seria e grave che Agostino, Aurelio vescovo di Cartagine e altri tre firmatari, sentirono il dovere di collaborare con papa Innocenzo I, con l’obiettivo di porre fine a tale eresia, attraverso una importante lettera, firmata a nome personale. In essa suggeriscono al Papa di chiamare Pelagio a Roma e verificare personalmente le sue reali idee. In ogni caso si imponeva o una ritrattazione o un chiarimento: Pelagio, mosso dalla paterna esortazione e dall’autorità del Papa, doveva ritrattare i suoi errori o dimostrare che non erano suoi. Al fine di favorire l’azione del Papa attraverso un’adeguata documentazione, i cinque vescovi (in realtà Agostino, condiviso dagli altri) ritennero opportuno far accompagnare la lettera anche dal libro di Pelagio, De Natura, portato ad Agostino da due giovani che si erano da poco liberati dall’eresia pelagiana, e dalla risposta di Agostino al De Natura contenuta nel suo libro De Natura et Gratia. In segno di deferente ossequio e di squisita delicatezza, per evitargli la fatica di leggere tutto, Agostino gli sottolineò i passi sui quali veniva chiesto un esame attento, al fine di capire se davvero Pelagio era o no in comunione di fede, nella sua autenticità e integrità, con la Sede di Pietro.
Data la sua importanza agli effetti della comprensione che Agostino mostrava di avere del primato di Roma, conviene rileggerne alcuni stralci significativi: “Dai due concili della provincia di Cartagine e della Numidia abbiamo mandato alla tua Santità due lettere sottoscritte da un non piccolo numero di Vescovi (si tratta della lettera dei padri del Sinodo di Cartagine e di quelli del Sinodo di Milevi, ndr) contro i nemici della grazia di Cristo, i quali confidano nella loro forza, e in qualche modo dicono al nostro Creatore: «Tu ci hai fatti uomini; da noi stessi ci siamo fatti giusti». Essi dicono che la natura umana è libera per non cercare il Liberatore; è salva per ritenere superfluo il Salvatore. Sostengono infatti che l’uomo possiede così grandi capacità da essere in grado di domare ed estinguere tutte le passioni e di superare le tentazioni con le sue sole forze ricevute all’inizio della sua creazione, senza ulteriore aiuto della grazia di chi l’ha creato.
La tua Santità dovrebbe chiamare Pelagio a Roma e interrogarlo con diligenza sul significato che lui attribuisce alla grazia. E non appena si troverà che le sue affermazioni corrispondono a quelle che insegna la verità della Chiesa e della Sede Apostolica, allora senza alcuno scrupolo della Chiesa, senza il sotterfugio di una qualsiasi ambiguità dev’essere assolto; allora veramente dovremo godere della sua giustificazione.
Pelagio dunque anatematizzi i suoi scritti in cui, anche se non per arroganza, tuttavia per ignoranza, va disputando contro di essa, difendendo la possibilità della natura di vincere il peccato e di osservare pienamente i comandamenti.
La soavità mitissima del tuo cuore ci perdonerà certamente per il fatto di aver inviato alla tua Santità una lettera forse più lunga di quanto non la volessi tu. Infatti noi non riversiamo il nostro piccolo ruscello per accrescere la tua abbondante fonte; ma in questa non piccola prova, vogliamo che da te ci sia approvato se anche il nostro ruscello, sia pur esiguo, scaturisca dalla medesima sorgente del tuo così abbondante e che veniamo consolati circa la comune partecipazione dell’unica grazia dai tuoi rescritti”.

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