Condiscepoli di Agostino
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Il giovane Agostino lanciato all’avventura della vita

Il tratto della vita di Agostino che stiamo per prendere in considerazione è denso di avvenimenti, tutti guidati dal suo istinto di andare sempre oltre, di non fermarsi se non dove avrebbe potuto sentirsi appagato. Un eterno inquieto, che troverà la sua vera pace nel realizzarsi in Dio.

Parole chiave: mons. Giuseppe Zenti (315), Vescovo di Verona (247), S. Agostino (6)

Il tratto della vita di Agostino che stiamo per prendere in considerazione è denso di avvenimenti, tutti guidati dal suo istinto di andare sempre oltre, di non fermarsi se non dove avrebbe potuto sentirsi appagato. Un eterno inquieto, che troverà la sua vera pace nel realizzarsi in Dio.
Da Tagaste a Cartagine, a Roma
Nel 371 Agostino poté lasciare Tagaste e raggiungere Cartagine dove fino al 374 poté studiare retorica, avverando così il sogno di suo padre che, comunque, coincideva con il suo. Ci confida questa esperienza nel libro terzo delle Confessioni. Il quale libro inizia di scatto: “Giunsi a Cartagine, e a me tutt’intorno strepitava una ridda di amori peccaminosi. Non amavo ancora e amavo di amare […]. Cercavo che cosa amare, amando di amare e odiavo la sicurezza e la via senza trappole […]. La mia anima non era in buona salute e si proiettava fuori di sé piena di ulcere, miserabilmente avida di strofinarsi a contatto con le cose sensibili […]. Amare ed essere amato mi era più dolce se potevo fruire anche del corpo dell’amante. Pertanto inquinavo la vena dell’amicizia con le sozzure della concupiscenza, e ne oscuravo il candore con il Tartaro (il mitico fiume infernale limaccioso) della libidine, e tuttavia, sporco e turpe, gestivo la mia vita con eleganza e urbanità in una straripante vanità. Slavinai anche in un amore, dal quale ero avido di essere preso […]. Fui amato e in modo occulto pervenni alla sua fruizione che mette i ceppi”. Agostino a distanza di circa venticinque anni ha il coraggio di rileggere il suo animo impantanato tra incontenibile libidine sessuale data dalla passione carnale e da quella irrefrenabile per il teatro tragico con venature di impudicizia.
Nel frattempo infatti fu preso dallo slancio per gli spettacoli del teatro, quello tragico in primo luogo, durante i quali amava soffrire nel far propri gli eventi luttuosi e tragici e, nello stesso tempo, provandone piacere, pur trattandosi di eventi finti e rappresentati sulla scena: “Il dolore stesso costituisce il suo piacere”. Precisa ulteriormente, con una confidenza disarmante, l’effetto della partecipazione allo spettacolo teatrale, ad esempio nelle scene erotiche: “Provavo piacere insieme con gli amanti quando fruivano reciprocamente di atti impudichi, anche se queste cose avvenivano nel gioco dello spettacolo in maniera immaginaria e mi rattristavo con loro, come ne avessi misericordia, quando si separavano”. Si era convinto che uno spettacolo teatrale era tanto più degno di essere partecipato quanto più lo faceva piangere. Eppure, a distanza di anni Agostino seppe riconoscere che la misericordia di Dio volava tutt’intorno a lui, mentre egli precipitava negli abissi delle curiosità sacrileghe e dei culti ingannevoli dei demoni.
Ma torniamo agli studi. Denominati “liberali”, riservati cioè agli uomini liberi e non agli schiavi, nei quali, come precisa nelle Confessioni, emergeva chi aveva più capacità di imbrogliare. Agostino, grazie alle sue capacità di eccellenza che lo facevano primeggiare in tutto nella scuola di retorica, era orgoglioso, ma non eversivo. Al contrario, gli dava fastidio ogni forma di bullismo che si faceva “gioco della timidezza dei nuovi arrivati, spaventandoli e sbeffeggiandoli per il solo scopo di trarne divertimenti malevoli” e, per quanto in lui, vi si opponeva. Da questa autobiografia emerge dunque un Agostino travolto sì dai vizi, per fragilità, ma non malvagio.

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