Condiscepoli di Agostino
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I segni del peccato originale nell’uomo

Poiché tutti siamo stati intaccati dal peccato originale, nell’agire iniquo dell’uomo se ne constatano gli effetti, ad esempio nell’errore, nell’amore perverso e nelle vane bramosie...

Parole chiave: La città di Dio (66), Sant'Agostino (98)

Poiché tutti siamo stati intaccati dal peccato originale, nell’agire iniquo dell’uomo se ne constatano gli effetti, ad esempio nell’errore, nell’amore perverso e nelle vane bramosie: “Infatti, per quanto riguarda la prima origine, questa stessa vita, se è da dirsi vita, piena com’è di tanti e così grandi mali, attesta che ogni progenie di mortali è stata dannata. Che altro infatti sta ad indicare una certa orrenda profondità di ignoranza, dalla quale proviene ogni errore che ha accolto tutti i figli di Adamo come in un tenebroso grembo, al punto che l’uomo non riesce a liberarsene senza fatica, dolore, timore? Che cosa è l’amore stesso di tante cose vane e nocive, da cui provengono le preoccupazioni pungenti, i turbamenti, i timori, le gioie folli, le discordie, le liti, le guerre, le insidie, le varie forme d’ira, le inimicizie, le falsità, l’adulazione, la frode, il furto, la rapina, la perfidia, la superbia, l’ambizione, l’invidia, gli omicidi, i parricidi, la crudeltà, la spietatezza, l’ingiustizia, la lussuria, il pettegolezzo, la sfrontatezza, l’impudicizia, le fornicazioni, gli adulteri, gli incesti e numerosi stupri contro la natura di entrambi i sessi, e le immondezze, che è perfino turpe nominare, i sacrilegi, le eresie, le bestemmie, gli spergiuri, le oppressioni degli innocenti, le calunnie, le circonvenzioni, le prevaricazioni, le false testimonianze, i giudizi iniqui, le violenze, i latrocini e tutto ciò che non viene in mente di tali mali e tuttavia non si ritrae da questa vita umana. In realtà, queste sono manifestazioni degli uomini malvagi, derivanti tuttavia da quella radice dell’errore e del perverso amore, con cui ogni figlio di Adamo nasce. Infatti chi non sa con quanta ignoranza della verità, che è già manifesta negli infanti e con quanta abbondanza di vana bramosia che incomincia ad apparire nei bambini, l’uomo viene in questa vita, al punto che se gli viene concesso di vivere come vuole e fare tutto ciò che vuole, perviene in queste azioni malvagie e vergogne?” (De civ. Dei, XXII, 22.1).

La misericordia di Dio vigila sull’uomo anche con interventi educativi “punitivi”, che fanno sperimentare la fatica di vincere le suggestioni degli istinti peccaminosi, al fine di renderci capaci di dominarle: “Ma in virtù del divino governo, non essendo in nessun modo abbandonata la condanna e poiché Dio non è racchiuso nella sua ira, con la proibizione e con l’erudizione contro queste tenebre con cui nasciamo vigilano le sue misericordie negli stessi sensi del genere umano e si oppongono a questi impulsi, piene tuttavia anch’esse (la proibizione e l’erudizione) di fatiche e di dolori. Che cosa infatti vogliono ottenere per sé i multiformi spauracchi a cui si fa ricorso per reprimere le vanità dei piccoli? Che cosa i pedagoghi, che cosa i maestri, che cosa le sferze, che cosa gli scudisci, che cosa le verghe, che cosa quella disciplina, con la quale la Scrittura santa dice di colpire i fianchi del figlio diletto perché non cresca indomito? Che cosa si fa con tutte queste punizioni perché sia debellata l’imperizia e sia frenata la passione (la bramosia) cattiva con quei mali con i quali veniamo in questo mondo? Che cosa è il fatto che ricordiamo con fatica, senza fatica dimentichiamo; con fatica impariamo, senza fatica restiamo nell’ignoranza; con la fatica siamo spossati, senza fatica siamo inerti? Non appare di qui in che cosa la natura è viziosa, come sia proclive e prona sotto il suo peso e di quanta fatica ha bisogno per esserne liberata? L’accidia, l’indolenza, la pigrizia, la negligenza sono certamente vizi dai quali fugge la fatica, essendo la fatica stessa, anche quella utile, una pena” (De civ. Dei, XXII, 22.2). Ma di fatto, si domanda Agostino, da quali gravi pene è appesantita “l’infelice condizione di tutti” (De civ. Dei, XXII, 22.3) e perché “è sconvolto il genere umano”? (Ivi). Ancora una serie di fatti che esprimono le pene degli uomini: paure, inganni, imposture, delitti, saccheggi, prigioni, esili, torture, violenze carnali, rovesci improvvisi, inondazioni, tempeste, grandine, fulmini, terremoti (Ivi).

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