Condiscepoli di Agostino
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Angeli e uomini creati cittadini delle due città

Agostino, nel quadro della Creazione, considera insieme angeli e uomini, partecipi, gli uni, quelli fedeli a Dio, della medesima città, la città di Dio; e gli altri, quelli infedeli a Dio, della medesima città, la città terrena: “Si può parlare appropriatamente non di quattro città, ossia società, cioè due di angeli e due di uomini, ma di due soltanto...

Parole chiave: Mons. Giuseppe Zenti (244), Vescovo di Verona (218), La Città di Dio (32), Sant'Agostino (63)

Agostino, nel quadro della Creazione, considera insieme angeli e uomini, partecipi, gli uni, quelli fedeli a Dio, della medesima città, la città di Dio; e gli altri, quelli infedeli a Dio, della medesima città, la città terrena: “Si può parlare appropriatamente non di quattro città, ossia società, cioè due di angeli e due di uomini, ma di due soltanto: una composta di buoni e l’altra di malvagi, costituite non solo da angeli ma anche da uomini” (De civ. Dei, XII, 1). Ma qual è la causa della loro separazione netta, dal momento che Dio li ha creati tutti buoni? “La causa della loro beatitudine è aderire a Dio; al contrario, la causa della miseria di costoro va ricercata nel fatto che non aderiscono a Dio... Una volta raggiunto Lui la creatura è beata, mentre se lo perde è misera” (De civ. Dei, XII, 2).
Come mai gli esseri, creati tutti buoni (e Agostino lo rimarca contro i Manichei), non agiscono tutti bene? Sostanzialmente, perché l’essere umano, non essendo assoluto, è soggetto ai mutamenti, proprio perché creato dal nulla. Ma in se stesso tende, metafisicamente al bene sommo, che è Dio: “Per essere beati, essi possono unirsi al bene immutabile, il quale è a tal punto il loro bene che senza di lui di necessità sono miseri… Stando così le cose, a questa natura che in così grande superiorità è stata creata tale da essere, se è lecito, essa stessa mutabile, unendosi tuttavia al Bene immutabile, cioè al sommo Dio, consegue la beatitudine e non colma la sua indigenza se non è sicuramente beata e per colmarla non le basta se non Dio… E chi potrebbe pensare o dire qual grande lode è aderire a Dio, da vivere per Lui, da Lui attingere sapienza, da godere di Lui e da fruire pienamente di un così grande bene senza errore e senza molestia?” (De civ. Dei, XII,1.3).
Ogni essere è dunque creato da Dio. Solo i vizi, frutto di una volontà malvagia, allontanano da Dio: “Nelle Scritture sono detti nemici di Dio coloro che non per natura, ma per i loro vizi, avversano il suo volere, pur non essendo in grado di nuocere a Dio, ma a se stessi. Sono nemici, infatti, con la volontà di resistergli, non con il potere di fargli del male. Dio è immutabile e in ogni modo incorruttibile. Di conseguenza, il vizio con cui resistono a Dio coloro che si chiamano suoi nemici, non è un male per Dio ma per se stessi, e ciò non per altra causa se non perché corrompe in essi il bene della natura. Pertanto, non la natura è contraria a Dio, ma il vizio, perché è male, contrario al bene” (De civ. Dei, XII,3). Osserva, pertanto, che non l’essere in sé è contrario a Dio, ma lo sono i vizi dell’uomo, cioè il male. E tutto ciò, ribadisce, non svantaggia Dio, che non viene sfregiato dal male, ma l’uomo che di fatto ne viene danneggiato. Precisa però che il male può esistere solo nell’essere limitato, creato dal nulla, non nell’Essere assoluto. Nessun vizio è radicato nel sommo Bene, ma solo negli esseri creati dal nulla, impastati di fatto di bene ricevuto e di male provocato. Tuttavia, annota, il solo male non esiste in nessuno, nemmeno in satana, il cui essere è comunque un bene creato (Cfr. Ivi). Conclude Agostino: “Il fatto che il vizio cresce vigoroso come per connaturalità con la consuetudine e per un eccesso di sviluppo, ha avuto l’esordio dalla volontà. Stiamo parlando evidentemente dei vizi di quella natura umana, la cui mente è capace della luce intellegibile, grazie alla quale viene fatto il discernimento tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto” (Ivi).

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