Condiscepoli di Agostino
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Agostino nel travaglio dell’adolescenza

Dopo aver narrato le vicende della sua infanzia e della sua fanciullezza, Agostino confida il travaglio da lui sperimentato nella stagione della vita in se stessa turbolenta, la adolescenza, da lui vissuta da irrequieto e carico di idealità, sbrigliato e incontenibile. A cominciare dal sedicesimo anno di età, cioè a quindici anni.

Parole chiave: mons. Giuseppe Zenti (282), Condiscepoli di Agostino (95)

Dopo aver narrato le vicende della sua infanzia e della sua fanciullezza, Agostino confida il travaglio da lui sperimentato nella stagione della vita in se stessa turbolenta, la adolescenza, da lui vissuta da irrequieto e carico di idealità, sbrigliato e incontenibile. A cominciare dal sedicesimo anno di età, cioè a quindici anni. Si tratta di un periodo nel quale è vissuto prigioniero di turpitudini, corruzioni carnali, desideroso di saziarsi delle cose da bassifondi, nella ricerca di piacere a se stesso e agli occhi della gente. Si interroga su che cosa fosse concentrato il suo animo, in cui trovava diletto: “Amare ed essere amato” non nella pura amicizia ma nella “limacciosa palude della concupiscenza della carne”, senza distinguere la bellezza dell’affetto vero dalla libidine, sprofondando “nel gorgo di azioni turpi ... straripavo e ribollivo nelle mie fornicazioni ... E Tu, Signore, tacevi”. Proprio “in quel sedicesimo anno della vita della mia carne, la lussuria sfrenata si impossessò di me e io mi consegnai ad essa interamente”.
In quel medesimo anno suo padre l’aveva richiamato a casa da Madaura, in quanto non riusciva più a pagare la scuola, benché fosse intenzionato, in un modo o nell’altro, a fargli proseguire gli studi di eloquenza a Cartagine. In quell’anno di ozio, suo padre Patrizio, proprio ai bagni pubblici si accorse della pubertà del figlio e già sognava di diventare nonno, mentre la madre Monica gli raccomandava di non fornicare e di non commettere adulteri con le mogli di altri, ammonimenti che Agostino giudicava da femminucce. Si vergognava nel frattempo di essere meno spudorato dei suoi coetanei. Di conseguenza, “per non subire disprezzo, io diventavo ancor più vizioso, e dove non v’era nulla con cui potessi eguagliare quei corrotti, fingevo di aver fatto ciò che non avevo fatto, per non sembrare tanto più abietto quanto più ero innocente, e non fossi ritenuto tanto più vile quanto più ero casto”.
Era subentrato in lui, adolescente, il gusto della trasgressione. Ne è prova il furto delle pere raccolte ancora acerbe, buttate poi ai porci, nell’orto vicino al suo che ne possedeva di assai migliori. Era notte fonda. Di ritorno dalla piazza, dove aveva prolungato il gioco. Colse le pere solo per il gusto di rubarle, per il piacere di fare ciò che non è lecito, divenuto più intenso piacere in quanto quel furto era stato compiuto con la complicità di altri: “O amicizia troppo nemica! Seduzione della mente investigabile, avidità di nuocere per gioco e per scherzo, voglia di fare del danno senza un mio guadagno, senza desiderio di vendicarmi, ma solo perché mi viene detto: «Andiamo, facciamo», e ci si vergogna di non essere impudente”.
In questo stato del suo animo raggiunse la città di Cartagine per proseguire gli studi, quelli da lui sognati e prediletti: la retorica, oggi si direbbe avvocatura.

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