Commento al Vangelo domenicale
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Uniti alla vite siamo discepoli fruttuosi

Giovanni 15,1-8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Parole chiave: Vangelo della Domenica (240), V Domenica di Pasqua (4)
Uniti alla vite siamo discepoli fruttuosi

Uno degli ornamenti più in vista del tempio eretto a Gerusalemme da Erode e frequentato pure da Gesù, era un bassorilievo in bronzo dorato raffigurante una enorme vite d’oro con grappoli alti quasi due metri: simboleggiava il popolo d’Israele. Una vite con tralci e grappoli era incisa sulle monete coniate dagli ebrei durante la prima rivolta antiromana (66-70 d.C.). Entrambe le raffigurazioni si rifanno ad un simbolo tra i più classici della Bibbia, quello della vite, che rappresenta la prosperità e la gioia del tempo in cui arriverà il Messia; e inoltre descrive momenti singolari del popolo di Israele. Il simbolo lo si ritrova nella benedizione di Giacobbe, in cui il tempo messianico viene descritto con i colori dell’abbondanza dei frutti della vite; nell’aspro giudizio del profeta Osea su un Israele che non è più una vite lussureggiante; nel dolente cantico della vigna di Isaia e nella parabola dei vignaioli omicidi raccontata dall’evangelista Marco.
Gesù su quell’immagine molto nota ai suoi ascoltatori opera un adattamento alquanto originale. Lo fa nella celebre parabola della vite e dei tralci – tra le più conosciute dell’intero Vangelo –inserita all’interno del lungo testamento consegnato  ai suoi discepoli nell’ultima sera della sua vita terrena. È uno dei motivi dominanti del lungo discorso di addio raccontato dall’evangelista Giovanni. Nella cornice dell’ultima cena il tema della vite costituisce uno dei momenti centrali. Ridotto alla sua sostanza, indica l’amore che Gesù ha ricevuto dal Padre e che trasmette ai suoi discepoli, invitandoli ad amarsi scambievolmente l’uno con l’altro e a rimanere nel suo amore. La metafora della vite raffigura e traduce in immagine concreta il tema della circolarità dell’amore proposto da Gesù con insistenza in un tempo ormai prossimo al termine della sua vita.
Gesù si identifica esplicitamente con la vite. Si presenta come la vera vite. Si contrappone alla falsa vite, piena di foglie, ma capace di produrre solo uva selvatica e amara, come era stato molto tempo prima l’Israele peccatore, secondo la riflessione del profeta Isaia. Sostiene la necessità di una sana potatura. È un’operazione molto dolorosa, ma necessaria. Solo così si aprirà una stagione che darà gemme a primavera e poi acini turgidi, pieni di succo che si trasformerà nel vino segno di vita, di comunione e di gioia condivisa. Per il tralcio che si stacca per sua volontà dalla vite si apre un esito tragico: a poco a poco inaridisce e la sua morte sopraggiunge in breve tempo.
Un’espressione efficace e di grande spicco è «dimorate in me e io in voi». È attinente alla metafora della vite. Rende in tutta la sua forza quello che è il comando decisivo di Gesù, ovvero dimorare in Lui e farsi dimora di Lui. Il verbo dimorare-rimanere accoglie molte sfumature che rimandano all’intimità, alla fedeltà, alla prossimità, alla comunione. Inoltre, rivela in modo molto nitido che il dimorare nasce e si alimenta nel dialogo e nella reciprocità.
I tralci di questa pianta spirituale che raggiunge tutto il mondo sono i discepoli. Se costoro vivono in continua osmosi con la vite, che è il Maestro, i frutti, a tempo debito, arriveranno e porteranno felicità. Se si staccano dalla vite, la vita si inaridisce, le azioni diventano senz’anima e le parole della fede vengono recepite come vuote e lontane dalla realtà.

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