Commento al Vangelo domenicale
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Incontrare Gesù apre il cuore

Giovanni 1,35-42

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Parole chiave: Domenica 18 (1), Vangelo (248)

Il brano odierno, tratto dal quarto Vangelo, racconta la chiamata dei primi discepoli da parte di Gesù. Si comprende quanto Giovanni sia consapevole, per rivelazione di Dio, che Gesù, pur venendo dietro a lui, gli sia passato avanti e avrebbe battezzato in Spirito Santo. È dopo il battesimo di Gesù e la discesa dello Spirito Santo (Gv 1,32), che Giovanni posa lo sguardo su Gesù che passa.
La poesia del brano del Vangelo della seconda domenica del tempo ordinario è sublime: tratteggia con leggerezza e armonia un bene profondo che parte dal cuore del Battista che, illuminato dallo Spirito Santo, dice ai suoi discepoli: “Ecco l’agnello di Dio!”. I discepoli alle parole del proprio maestro, così accorate e sincere, non possono non reagire che cercando di incontrare l’origine di tanta pace e serenità. Inseguono il Maestro e rimangono presso di lui, perché subito colgono, nel loro cuore, la verità di questo incontro meraviglioso. Incontrare Gesù apre il cuore e mette in secondo piano qualsiasi altro interesse. I due discepoli non sono persone qualsiasi, ma seguaci di Giovanni, persone impegnate nel mondo, nel sociale e nel gruppo religioso del tempo: sentito il loro maestro, indirizzano tutte le loro energie fisiche e psichiche all’incontro con Gesù, un incontro che stravolge, che muta l’esistenza di chi fa esperienza profonda del Signore. “Maestro dove dimori?”, lascia intendere il desiderio da parte dei due discepoli di “stare” con Gesù, di condividere tutta la loro esistenza con quest’Uomo, che passa nella loro vita e lascia un segno indelebile. Forse è l’esperienza che più di qualcuno ha fatto in un momento della propria esistenza, l’esperienza di un incontro profondo con il volto di Cristo, da cui è nato il desiderio di trovare posto nella dimora affettiva del suo cuore misericordioso. Il verbo greco usato dall’evangelista racchiude una densità teologica notevole. Si tratta del verbo menein che significa, nel contesto della teologia giovannea rimanere: per cui la domanda si trasforma in «Dove rimani?», che è l’interrogativo dell’uomo che ricerca stabilità, una casa dove porre la sua dimora e mettere fine al suo vagabondare.
«Che cercate?», sono le prime parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni. L’iniziativa parte, come in ogni occasione, da Dio. Il movimento è quello di Gesù: “Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?»”. È una domanda di senso a cui ognuno di noi dovrebbe dare risposta. La ricerca dei due discepoli, Andrea e Giovanni, e il loro seguire Gesù racchiude un desiderio profondo di trovare un senso definitivo al loro cammino, che si traduce nella domanda: “Dove abiti?”. L’assenza oggi di punti di riferimento, di modelli di vita, di figure significative, non può che far sorgere in tutti noi e in particolar modo ai nostri giovani la medesima domanda. Come per i due discepoli, c’è in noi il desiderio di una vita nuova, il bisogno di un maestro da seguire, di una casa dove fissare il nostro cuore?
La risposta di Gesù alla domanda dei due discepoli è di grande efficacia: “Venite e vedrete”. È l’invito a vedere in profondità, ad aprire gli occhi e ad assumere uno sguardo vero, uno sguardo che coglie l’amore di Dio per l’uomo e si apre all’incontro vero con l’altro, con chi chiede accoglienza e amore. L’invito di Gesù è l’appello a fare della propria vita un’esperienza di fede, di relazione vera con lui e con il Padre. Vedere significa aprire gli occhi, prendere coscienza, significa essere nel mondo con uno sguardo disincantato, con un modo di scrutare andando in profondità, cercando di cogliere e comprendere per essere espressione di verità e carità senza giudizio. La Chiesa ha bisogno di testimoni capaci di assumere uno sguardo di carità che sa cogliere il vero per testimoniare l’amore di Dio e la sua infinità bontà. In questi giorni un ragazzo di 21 anni, già in strada da parecchio tempo, mi dice che, grazie ad uno sguardo d’amore di un sacerdote, che ha saputo accoglierlo nonostante la sua fragilità, è riuscito a capire che c’è la possibilità di abbandonare la droga e di riprendere un cammino, seppur faticoso, di ripresa della propria vita. L’incontro con Gesù dona la gioia vera e oggi questo sguardo d’amore è più che mai urgente.
L’apostolo Andrea diventa, dopo lo sguardo d’amore di Gesù, testimone per altri uomini, primo fra tutti il fratello Simone. La verità rende testimoni e coinvolge le persone che incontrano la tua esperienza: “È vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsione e senza paura" (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 23).

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