Commento al Vangelo domenicale
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Un incontro che cambia la vita

2 Domenica del Tempo ordinario (anno B)
Giovanni 1,35-42

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Parole chiave: Vangelo (242), Domenica (46), Liturgia (13), Adelino Campedelli (7)

Iniziamo con questa domenica il tempo ordinario dell’anno liturgico B durante il quale, come abbiamo fatto dall’Avvento in poi, saremo guidati dalla lettura continuata del Vangelo di Marco, eccetto qualche inserto dal vangelo di Giovanni.
E in questa domenica, proprio col Vangelo di Giovanni, troviamo la prima esperienza dell’incontro con Gesù di alcune persone che sarebbero diventate in seguito suoi discepoli; si tratta di una chiamata in forma particolare: il Battista è il tramite che indica, e in un certo senso invita, due dei suoi discepoli a riconoscere e ad incontrare Gesù, dal quale, alla loro richiesta: «Rabbì, dove dimori?» ricevono l’invito: «Venite e vedrete».
È importante la prima scena del Vangelo di oggi: Giovanni il Battista/battezzatore (mai chiamato così dall’evangelista Giovanni, per il quale l’unico battezzatore nello Spirito è Gesù), incontra per la prima volta Gesù e lo osserva intensamente, per poi coinvolgere il suo gruppo di discepoli. All’inizio di ogni vocazione c’è un maestro che invita a fare proprio il suo sguardo e, come Eli, nella prima lettura di oggi, aiuta il giovanetto Samuele a riconoscere la Parola di Dio che gli parla. L
’ascolto da parte dei discepoli del Battista è molto più del semplice sentire una voce, un suono, in questo contesto “ascoltare” significa obbedire e quindi una adesione piena, un ricalcare le orme e lo stile, una condivisione, un appropriarsi degli obiettivi di Gesù e schierarsi dalla sua parte. E a questo punto, Giovanni il Battista, l’antico maestro si dilegua dalla scena e riapparirà in seguito solo per affermare che lui, il Precursore “deve diminuire, mentre Gesù deve portare frutto” (Gv 3,27-30).
È importante notare come l’iniziativa per il discepolato è presa da Gesù, contrariamente alla prassi comune del tempo per cui i discepoli sceglievano il maestro e Gesù stesso, più tardi, sottolineerà questo aspetto quando dirà: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).
E uno dei primi due chiamati, Andrea, diventa subito evangelizzatore portando da Gesù il fratello Simone e questi da Gesù riceve immediatamente il nuovo nome, in aramaico, “Cefa” corrispondente al soprannome “Roccia”, reso poi in greco con Pietro per adattarlo meglio ad un uomo. Gesù fissa lo sguardo su Pietro come espressione di un riconoscimento della sua realtà e della scelta da parte del Signore. La proposta di un nuovo nome è anche l’identificazione di una nuova identità, come accade nei grandi mutamenti di destino di personaggi biblici come Abramo, Giacobbe, Giosuè e Paolo.
A questo punto potremmo chiederci, con l’aiuto della teologa Dora Castenetto: “Come può avvenire oggi un incontro con Gesù? Una domanda di non facile risposta, che sembra persino incomprensibile nell’attuale contesto culturale, in cui le abitudini e il tenore della vita non sono più, come nel passato, intrisi di fede e di tradizioni efficaci anche sul piano morale e dei costumi. Viene da chiedersi se non sia vero quanto i sociologi della religione affermano circa il cattolicesimo attuale, definito come fenomeno ‘dell’appartenenza senza fede’, o ’del credere senza appartenenza’.
Come a dire che si possono vivere dei riti religiosi, andare saltuariamente a Messa, partecipare anche ad alcune cerimonie, senza incontrare Gesù, senza credere in lui, attingendo ad altre religioni, anche molto distanti dal cristianesimo, convinzioni e stili di vita. È un atteggiamento comune nel contesto dei giovani, ma anche degli adulti... Una breve e illuminante composizione poetica di Eugenio Montale, intitolata Come Zaccheo, sembra rispondere alla nostalgia delle domanda iniziale: “Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro/per vedere il Signore se mai passi/Ahimè, non sono un rampicante ed anche/stando in punta di piedi non l’ho mai visto”.
Occorre proprio arrampicarsi sul sicomoro, nella ricerca di un incontro di salvezza, lasciando che il desiderio coltivato nel cuore, prenda consistenza, trovi il sentiero che conduce alla verità: si incontri con la ricerca stessa che Gesù fa di ogni persona. Perché Gesù è lì: dove c’è il desiderio di un amore puro e trasparente; è lì dove un lutto e un dolore lancinante cercano consolazione e condivisione; è lì dove nasce un bimbo; è lì nel chiarore dell’alba o nell’oscurità della notte; è lì nel povero rannicchiato ai bordi della strada con le mani aperte a chiedere un tozzo di pane o una carezza...”.
Se abbiamo la grazia e la gioia di aver incontrato Gesù ed Egli è diventato significativo per la nostra vita, trasformiamoci allora in tanti sicomori sui quali chi non crede e pensa di non aver mai incontrato il Signore, possa salire, essere da lui guardato ed accoglierlo con grande gioia nelle propria casa, nella propria vita. Don Adelino Campedelli

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