Commento al Vangelo domenicale
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Gesù è la porta e il pastore perché abbiamo la vita

Giovanni 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Parole chiave: Vangelo (330), Roberto Gremes (9), IV Domenica di Pasqua (5)

Gesù risorto – ci ricordava il Vangelo di domenica scorsa – è il nostro compagno di viaggio e più avvertiamo la sua presenza, più arde in noi la fiamma del suo amore.
 Anche nelle nostre relazioni umane, quando sentiamo di voler bene a qualcuno, cerchiamo di entrare nella sua vita, per sapere tutto di lui; desideriamo varcare la soglia del suo cuore per scrutare i suoi sentimenti e le sue intenzioni. L’amore è fatto di piccoli, ma affrettati passi che ci permettono di addentrarci nel vissuto della persona amata, di aprire una porta che ci introduce in un universo nuovo e sconosciuto, il mondo dell’altro, che progressivamente si svela ai nostri occhi e diventa un tutt’uno con il nostro mondo. Si ama veramente solo quando si attraversa la porta della vita della persona amata e lì, in quella nuova condizione, ci si impegna con fedeltà e per sempre.
Il Vangelo di questa quarta domenica di Pasqua è sintetizzato dalle parole di Gesù: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore». Conserviamo ancora vivi in noi i ricordi e le emozioni del Giubileo della Misericordia, conclusosi pochi mesi fa. In quella circostanza, avevamo intuito che attraverso quei pochi passi entravamo in un rapporto personalissimo con il Signore Gesù: era lui la nostra Porta Santa.
«Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo...». Questa porta è Cristo morto e risorto: il mistero della sua Pasqua genera la nostra salvezza. Nell’ora nona di quel venerdì santo, quando il Figlio di Dio emette il suo ultimo respiro, il velo del tempio si squarcia: il Santo dei Santi, l’Inaccessibile, è svelato all’umanità (cfr. Mt 27,51). Una lancia, resa acuminata da tutto il male del mondo, trapassa il cuore del Signore: quel costato aperto diventa il passaggio attraverso il quale si accede alla redenzione. Da quel cuore trafitto sgorga come sorgente l’acqua battesimale che ci rigenera, ci fa ritrovare il Padre e ci dona una famiglia, la Chiesa; cola il sangue che, come linfa vitale, diventa nutrimento eucaristico, cibo sovrabbondante (cfr. Gv 19,34).
«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». All’alba di Pasqua trionfa il Dio della vita in un avvicendarsi di incontri, che liberano dallo sgomento e fanno germogliare la speranza.
Il Risorto chiama per nome la Maddalena, il suo pianto angosciato è placato da quella voce conosciuta, che improvvisamente le inonda il cuore di gioia (cfr. Gv 20,16); si fa pellegrino con i due discepoli di Emmaus, illumina la loro notte con i bagliori della sua Parola e sazia il loro bisogno di amore con un Pane dal sapore inconfondibile (cfr. Lc 24,30); appare ai suoi discepoli, si lascia toccare dalle loro mani tremanti, li libera dalle catene dei dubbi e della paura e semina nei loro cuori il buon grano della pace. La vita finalmente germoglia da cuore a cuore, in un trionfo di gioia (cfr. Gv 20,19ss).
Inoltre, il Signore è tanto la porta quanto il pastore delle pecore. Nel nostro testo evangelico Gesù descrive il rapporto che sussiste tra il pastore e le pecore, quando dice: «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome... e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce». Cristo pastore ci chiama per nome, siamo unici e irripetibili ai suoi occhi. Conosce luci e ombre della nostra vicenda umana: gli ideali, che ci entusiasmano, e le disillusioni, che ci gettano nello sconforto. Si fa sguardo che penetra nel nostro intimo, per scoprire le nostre emozioni; scruta ogni nostro pensiero, per conoscere le nostre intenzioni; apre una breccia in noi, per confondersi nei battiti del nostro cuore.
Noi, sue pecore, lo ascoltiamo e lo seguiamo, perché conosciamo la sua voce. Più che un punto di arrivo questi tre atteggiamenti (ascoltare, seguire e conoscere) si rivelano un programma di vita cristiana. Ogni discepolo di Gesù, laico o consacrato, nella peculiarità del suo stato di vita, è chiamato a compiere lo stesso percorso: essere sempre in ascolto della voce inconfondibile del Maestro; seguire, incarnare nella concretezza del quotidiano la sua Parola; e conoscere il Signore, sperimentando la sua comunione d’amore e la sua fedeltà.
 

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