Il Fatto di Bruno Fasani
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Sarebbe il peggiore Covid se ai professori cadesse l’occhio

La storia va in scena al liceo Socrate, alla Garbatella, in quel di Roma. È il primo giorno di scuola. I banchi annunciati dal ministro sono ancora immagazzinati nelle stanze delle sue promesse, cosicché ragazzi e ragazze se ne stanno appollaiati sulle sedie, senza nulla davanti. Ogni tanto ci scappa qualche mossa di accavallamento delle gambe, in quel gesto prevalentemente femminile, compromesso tra voglia di sgranchimento e tentativo di modificare la postura a lungo obbligata nella stessa posizione...

Parole chiave: Professori (1), Il Fatto (271), Bruno Fasani (197), Scuole (3)

La storia va in scena al liceo Socrate, alla Garbatella, in quel di Roma. È il primo giorno di scuola. I banchi annunciati dal ministro sono ancora immagazzinati nelle stanze delle sue promesse, cosicché ragazzi e ragazze se ne stanno appollaiati sulle sedie, senza nulla davanti. Ogni tanto ci scappa qualche mossa di accavallamento delle gambe, in quel gesto prevalentemente femminile, compromesso tra voglia di sgranchimento e tentativo di modificare la postura a lungo obbligata nella stessa posizione.
E dev’essere in quelle pose sottratte alla razionalità del controllo, che il riflesso della carne di qualche ragazza scomposta colpisce l’occhio vigile della vicepreside. La quale deve avere una anagrafe che la rimanda a Basic Instinct, film del ’92, dove una spregiudicata Sharon Stone fa dell’accavallamento delle gambe la sua arma di seduzione e di corruzione. Quanto basta per farla sentenziare: «Niente minigonne, ragazze, sennò ai prof gli cade l’occhio». Non sappiamo se dai meandri del pensiero le sia scappato anche: “attente perché l’uomo è cacciatore” o più evangelicamente: “lo spirito è pronto, ma la carne è debole”.
Il pensiero corre veloce a due episodi legati al periodo in cui ero docente. Il primo successe in una importante università del Nord. Una studentessa, un po’ in ritardo sulla preparazione, si presentò all’esame esponendo in bella mostra le sue procacità. Disse tutto il nulla verboso del nulla che sapeva, mentre il professore se ne stava arroccato nel lucido e paziente silenzio davanti alla provocazione. Fu quando capì che l’esaminanda era convinta di averlo sedotto che se ne uscì lapidario: «Signorina, dopo avermi mostrato quello che ha, mi dica ora quello che sa».
Il secondo ricordo mi toccò invece più da vicino. Scoprimmo, grazie a qualche mezza parola di una studentessa, che se eri donna e indossavi la minigonna nel giorno dell’interrogazione da parte di un certo insegnante, il voto partiva dal 7 e mezzo in su. Si osservò a lungo, con discrezione, la fondatezza della soffiata. Poi l’intelligenza del preside e qualche mezza allusione dei colleghi portarono il professore sotto osservazione a cambiare registro, segnando congiuntamente l’allungamento delle gonne e il contenimento delle scollature da parte delle fanciulle.
Sarebbe fin troppo facile sbracarsi in un facile moralismo puntando il dito contro la sfrontatezza di costumi provocatori da parte di giovani senza troppi pudori. Mi è più facile schierarmi invece, a costo di scandalizzarvi, con le studentesse del Socrate di Roma che, attraverso un tam tam mediatico, hanno concordato di presentarsi a scuola, il giorno successivo, in succinte minigonne. E questo non per sedurre qualche docente con gli ormoni in fibrillazione. Ma per ribadire che agli insegnanti si mette a disposizione l’intelligenza e il pensiero, chiedendo al loro ruolo educativo di dare fondamento a quei principi di rispetto della donna, che le risparmino le vecchie logiche di un maschilismo che ha fatto dei loro corpi un oggetto di cui servirsi.
Non mi è difficile cogliere la probabile buona fede della vicepreside in quelle sue parole più realiste che sagge. Così come non mi sarebbe difficile identificarmi in coloro che reclamano maggiore sobrietà nell’esposizione del corpo da parte delle nuove generazioni. Ma mi è impossibile accettare che ci possano essere insegnanti cui cade l’occhio. Nella storia è successo anche questo, ma pensare di consegnare i figli nelle mani di chi dovesse farne oggetto di concupiscenza, risulta talmente rivoltante, che neppure una maldestra uscita di una vicepreside risulta accettabile. E i primi a ribellarsi dovrebbero essere proprio loro, gli insegnanti, prima ancora che la protesta dei loro allievi ne faccia dei possibili sospettati.

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