Il Fatto di Bruno Fasani
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La parabola della vita di Diego Maradona: grandezza sportiva e cadute sul piano umano

La cronaca della morte di Diego Armando Maradona mi ha portato dentro un circo mediatico dove mi sono sentito smarrito, come se quel mondo non mi appartenesse, nonostante ci viva dentro da oltre 30 anni. Mi sono sentito perso, dentro logiche nelle quali è scomparso il senso della proporzione e della misura

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La cronaca della morte di Diego Armando Maradona mi ha portato dentro un circo mediatico dove mi sono sentito smarrito, come se quel mondo non mi appartenesse, nonostante ci viva dentro da oltre 30 anni. Mi sono sentito perso, dentro logiche nelle quali è scomparso il senso della proporzione e della misura. Dodici, quindici minuti… tanto era il tempo che i telegiornali dedicavano alla notizia, data come prima in apertura. E poi speciali, rievocazioni e tutta una serie di iperboli emotive, servite senza il minimo pudore. “Pelé il re, Maradona Dio”. Con la D rigorosamente maiuscola. È chiaro che la morte del grande calciatore da sola non basta a spiegare il fenomeno. Fino a qualche anno fa si diceva che per essere ascoltati bisognava fare infotainement, contrazione tra information (informazione) e entertainement (divertimento). Ossia l’informazione che si intreccia con lo spettacolo. Oggi siamo scesi un altro gradino verso l’infomotion, l’informazione-emozione. Ci siamo arrivati dopo averci fatto assumere dosi progressive di programmi da guardoni, per limitare sempre più l’uso della ragione, consegnandoci all’ingordigia dell’emozione e della curiosità.
Sia chiaro che non ce l’ho con Maradona. Che sia stato un grandissimo campione non ci piove. E non sarò certo io a sminuirlo come atleta, neppure davanti alla sua dipendenza da cocaina. Sapendo quanto le droghe influiscano negativamente sulla resa fisica e sportiva delle persone, mi viene da dire quanto avrebbe potuto essere ancora migliore se avesse avuto una vita ordinata, senza imbottirsi di sostanze. Certamente è stato grande, come sportivo, quanto lo è stato negli errori fatti. La frequentazione dei clan camorristici, l’uso di droghe, una vita affettiva sopra le righe e non sempre responsabile.
Queste connotazioni negative ci raccontano la fragilità dell’uomo, quella che lo segnala agli occhi della misericordia. In questo hanno certamente pesato le sue origini vissute nella povertà, la mancanza di un percorso culturale che lo aiutasse a dare razionalità alla sua indole istintiva e non sempre lucida, il suo bisogno narcisistico di cercare calore umano, senza curarsi di fare una cernita tra chi gli voleva bene davvero e chi ne aveva fatto uno strumento per altri interessi. In queste sue fragilità si nascondeva il bambino, che solo la gloria delle sue imprese calcistiche ha sottratto a giudizi impietosi e intolleranti.
In questi giorni, nell’enfasi del dolore, che ha visto in piazza il corteo degli orfani e dei disperati, si è ben presto contrapposto il corteo dei moralisti, pronti a lanciare pietre, chiedendosi se un vero campione sul campo da calcio possa permettersi tanti fallimenti su quello della vita. Non mi unirò al coro dei primi, tantomeno dei secondi. Maradona ha sbagliato. Come gli altri e forse più degli altri. Ma, a differenza di tanti altri, lui ci ha messo la faccia. Ammettendo i suoi errori, anche con la pesantezza di un fisico che da solo raccontava l’esito dei disordini attraversati. Neppure lontanamente erede di quello mostrato sul campo, dove il guizzo del corpo si accompagnava a quello della genialità. Come un figlio prodigo del Vangelo, ha avuto la forza di dire quanto sia triste e amaro il gusto delle ghiande, dopo aver gustato la mensa dell’abbondanza e del successo. Ha riconosciuto il proprio passato davanti a tutti, senza veli. E alla fine ha pagato il conto, quello di una morte precoce, benché annunciata. Tutto questo tra gli applausi del mondo che sembra piangere per un’emozione, più che attingere saggezza da una storia di vita.

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