Il Fatto di Bruno Fasani
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L’assenza di pietà per la morte ci rende morti che camminano

È morto nel suo letto. Quante volte, da ragazzo, ho sentito ripetere questa espressione davanti alla morte di una persona...

Parole chiave: Il Fatto (366), Bruno Fasani (287), Morte (13)

È morto nel suo letto. Quante volte, da ragazzo, ho sentito ripetere questa espressione davanti alla morte di una persona. Che poi non si trattava tanto di una costatazione, di una nota informativa. La frase nascondeva piuttosto una considerazione morale, perché morire nel proprio letto voleva dire uscire da questo mondo con la dignità che dovrebbe essere riconosciuta ad ogni essere umano, essendo il morire da uomini cosa diversa del morire da animali. Il letto diventava allora il simbolo dell’amorevolezza e delle cure. Cure mediche, ma anche spirituali, affettive, quando la tenerezza e le lacrime dei familiari erano un viatico che rendeva oltremodo dignitoso anche il morire.
Ma non sempre e per tutti è così. Lo sa chi perde un proprio caro sul lavoro, lungo la strada, dentro le onde che inghiottono la vita, oppure nei posti più strani, quando per la falce mortifera scocca l’ora della mietitura. Può succedere anche dentro uno scompartimento del treno, come mi è capitato di vedere, o dentro a un supermercato. Come è accaduto la scorsa settimana, nel Torinese per l’esattezza. Al braccio del figlio, come faceva ogni giorno, una signora di 74 anni era arrivata per fare la spesa. Ma giusto il tempo di mettere i piedi oltre la porta di ingresso, che il suo cuore ha cessato di battere. Per sempre.
Ecco, lei non è morta nel suo letto. E anche stavolta non si tratta di costatare, di registrare un dato di fatto, ma di cogliere la drammaticità morale di una cultura che sta diventando assolutamente indifferente alla morte, come è accaduto per l’occasione. Seppellita la pietà, prima ancora di seppellire il cadavere. È quanto accaduto al supermercato, dove i titolari hanno ribadito che non si poteva chiudere, neppure momentaneamente. I dipendenti devono lavorare e non avrebbero saputo che fare in caso di chiusura, così si sono giustificati.
Ma seppellita la pietà anche dei clienti che evitavano frettolosi il lenzuolo bianco che copriva il corpo, mentre accompagnavano bambini a prendere pane e biscottini. Una litania di indifferenza, come i grani di un rosario senza pietà o come gli scaffali delle provviste. Per un’ora, prima che gli addetti rimuovessero il cadavere, il via vai di borse e borsoni pieni di roba è continuato come se nulla di particolare fosse accaduto in quel luogo. Atteggiamenti perfettamente coerenti col sentire di massa, perché in fondo l’idea di benessere che avanza non è legata all’idea di comunione tra gli esseri umani e tantomeno di rispetto davanti alla loro morte. Sono i Master chef la nuova Bibbia dello star bene, i prodotti bio, quelli vegani o senza glutine, i TripAdvisor che ci dicono dove si mangia bene e si dorme meglio.
Maalouf, scrittore libanese cristiano, ha detto che la società contemporanea è come il Titanic che viaggia in acque dove sono presenti gli iceberg devastanti dell’indifferenza. Quelli che ci faranno andare a picco.
Indifferenti davanti a una creatura che ci ha lasciato, ma ancor più davanti alla morte dei sensi che si sta impadronendo dei nostri animi, lasciandoci illusi d’essere vivi.

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L’assenza di pietà per la morte ci rende morti che camminano
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