Il Fatto di Bruno Fasani
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I diritti dei nostri bambini da tutelare prima di tutto

Il movimento vegano, almeno formalmente, vede la luce nel 1944, in Inghilterra, quando un gruppo di vegetariani (vegan è una contrazione di vegetarian) si mette insieme per portare avanti una filosofia di vita cui dicono di ispirarsi.

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Il movimento vegano, almeno formalmente, vede la luce nel 1944, in Inghilterra, quando un gruppo di vegetariani (vegan è una contrazione di vegetarian) si mette insieme per portare avanti una filosofia di vita cui dicono di ispirarsi. Quando si parla di vegani il pensiero corre al cibo e alle diete, ma prima d’essere una questione alimentare, almeno nel suo sorgere, era di fatto una filosofia che si ribellava alla supremazia della specie umana su tutte le altre specie animali. Da qui la scelta di non nutrirsi più della carne degli animali, ma anche di pesci, uova, latte, miele... e tantomeno indossare abbigliamento in pelle o lana che sia.
Non so se gli attuali seguaci di questo movimento siano altrettanto intellettualmente ispirati. So però che il numero che ha deciso di farne la propria bibbia alimentare è in progressiva crescita. Un po’ per convinzione, un po’ per moda, come gli adoratori del bio e i terrorizzati del glutine. Affari loro, comunque. Almeno così verrebbe da dire, considerato che i nutrizionisti non cessano di mettere in guardia dai pericoli di una dieta alimentare senza le proteine animali, che finisce per non garantire l’apporto di sostanze indispensabili, cominciando dalla vitamina B12 necessaria per il sistema immunitario, per la produzione di globuli rossi e per il sistema nervoso.
Affari loro, verrebbe da dire, se non fosse che spesso questi affari loro diventano poi degli altri. È accaduto in questi giorni in Sardegna, quando una giovane coppia, rigorosamente vegana, ha portato il proprio bimbo di due anni all’ospedale avendone notato lo stato di sofferenza. C’è voluto un niente ai medici per emettere un verdetto senza incertezze: denutrizione. Né più né meno. Un piccolo fortemente sotto peso, alla stregua di quelli che ci strappano il cuore quando li vediamo nelle zone della Terra dove si patisce la fame.
E allora va da sé che il problema si sposta dalla dieta e diventa una questione più profonda. Quale diritto hanno i genitori di imporre ai loro figli, quasi ne fossero i proprietari, stili di vita che vanno a scontrarsi con le più scontate acquisizioni della scienza e con i diritti che le società civili garantiscono ai propri membri? E allora sulla scena non si presenta solo la questione alimentare, ma anche quella dei vaccini. Non è possibile pensare che ci siano genitori che espongono le loro creature al rischio della vita, mettendosi al traino di culture del gambero di qualche ciarlatano in cerca di visibilità. Ma penso anche, e giusto per restare in Italia, evitando si sentirci sempre migliori degli altri, ai troppi bambini cui viene negata l’istruzione, sapendo benissimo che senza cultura si costruiscono soltanto recinti di schiavitù. Non è possibile rassegnarsi ad un andazzo dove i figli sono degli oggetti e non dei soggetti, titolari di diritti che nessun adulto può permettersi di limitare o impedire. E tra questi diritti, quello alla salute viene prima di ogni altro. L’adulto è libero di fare della propria vita ciò che meglio crede, anche di lasciarsi morire, ma senza che questo si trasformi in un cappio che trascina sul fondo anche gli innocenti.
Mentre la cronaca ci consegna la storia drammatica di bambini sottratti pretestuosamente alle loro famiglie per metterli sul mercato di altre famiglie, diventa dovere vigilare anche su tutti gli altri, quelli delle famiglie cosiddette perbene, dove non sempre il troppo amore si rivela davvero tale.

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