Il Fatto di Bruno Fasani
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Guardando agli States tutto il mondo è paese

Fa una certa impressione assistere alla campagna elettorale in corso negli Usa. Tra un mese conosceremo il nuovo presidente che, stando alle imperiose indicazioni semantiche della signora Boldrini, con tutta probabilità si tratterà di una presidentessa. Ma a prescindere dagli esiti, a colpire è la fragilità delle due candidature...

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Fa una certa impressione assistere alla campagna elettorale in corso negli Usa. Tra un mese conosceremo il nuovo presidente che, stando alle imperiose indicazioni semantiche della signora Boldrini, con tutta probabilità si tratterà di una presidentessa. Ma a prescindere dagli esiti, a colpire è la fragilità delle due candidature. Da una parte la signora Clinton, considerata figura in ostaggio delle lobby e lontana anni luce dalla gente comune, ovvero dalla classe media che maggiormente avrebbe bisogno d’essere rappresentata e tutelata. Dall’altra, Donald Trump, un satrapo volgare, uno smargiasso che, perfino nel fisico, incarna il prototipo del kitsch morale ed estetico. Ma come? si domanda l’osservatore ancora capace di stupore. Il presidente degli States, da sempre considerato il sommo pontefice della politica, confinato nei parametri di una vacuità che non conosce precedenti nella storia degli Usa?
Tranquillizzati, mi diceva un amico dagli States. Chiunque vinca, poi, a governare, ci pensano Cia, servizi segreti vari e soprattutto le lobby. È sempre andata così. Intervengono nei vari angoli del pianeta, ma non perché abbiano una visione politica di interesse globale. Semplicemente perché di mezzo c’è l’affare o la sicurezza strategica.
Ne prendo atto ma ingenuamente mi interrogo: ma perché mai siamo arrivati così in basso? Non che la cosa mi consoli, secondo il vecchio detto, che porta a confrontarsi col male degli altri, che notoriamente non medica. No, no. Il fenomeno mi interroga e mi porta a concludere che ciò che sta accadendo negli States è in realtà qualcosa di assolutamente analogo a quanto sta accadendo dalle nostre parti. Se Donald Trump è riuscito a farsi largo come candidato alla presidenza è stato grazie ai proclami che funzionano tanto bene da quelle parti come a casa nostra. La promessa di un muro con il Messico, quella di mettere sotto tutela l’Islam, la chiusura agli immigrati, la volontà di abbandonare l’Europa al suo destino... Insomma, i toni di un populismo volatile che si sta propagando come un virus nell’intero pianeta. Per venire dalle nostre parti, è la storia della Brexit e delle sue chiusure, quella di Polonia, Ungheria, Slovacchia, Austria e Repubblica Ceca determinate a fare un’Europa dentro l’Europa, chiusa a qualsiasi contaminazione straniera. È la storia dei partiti nostrani che fanno delle barriere il peana del loro sogno e l’investimento per i loro successi. Quindi niente moralismi, guardando alle piaghe degli altri. In ballo non c’è solo il destino degli Usa, ma il futuro dell’Europa, dell’Italia e del mondo. Sarà, il prossimo futuro, un domani capace di governare la globalizzazione dei popoli, oltre a quella dei mercati? O sarà il domani dei castelli, quelli dei nazionalismi, dei recinti chiusi, armati di alabarde e di balestre?

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