Il Fatto di Bruno Fasani
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Gli sbagli di alcuni alpini a Rimini e la demonizzazione di 350mila penne nere

Quella che i media raccontano da giorni sugli alpini è una gran brutta storia. Ma non primariamente per quelle che sarebbero vere o presunte molestie fatte da alcuni di loro durante la recente adunata di Rimini...

Parole chiave: Alpini (11), Adunata (4)

Quella che i media raccontano da giorni sugli alpini è una gran brutta storia. Ma non primariamente per quelle che sarebbero vere o presunte molestie fatte da alcuni di loro durante la recente adunata di Rimini. Che sia detto a scanso di equivoci: fosse stata anche una sola, dovrà essere accertata, perseguita dalla legge, come si fa davanti ad ogni reato. Se la fermezza è d’obbligo, è anche altrettanto chiaro che ormai la sensibilità è cambiata nella società. Quelle che un tempo chiamavamo goliardate, oggi vengono denunciate come molestie. Davanti alle telecamere abbiamo sentito una ragazza dire di essere stata molestata perché un alpino le ha detto pubblicamente che aveva delle belle gambe. Un’altra, sentita da me personalmente, ha detto che si è chiusa in casa perché un alpino, ultrasettantenne le aveva sganciato da un grande sorriso: «Sei così bella, che passare una serata con te sarebbe un sogno!». Magari in altri tempi potevano sembrare complimenti. Oggi non è più così. Piaccia o meno, prendere o lasciare.

In attesa che la giustizia faccia il suo corso, lo spiritello mi suggerisce una domanda: ma perché con tutti i servizi d’ordine garantiti dagli alpini, vigili urbani, poliziotti, carabinieri, presenti ogni dieci metri, non si è trovato il modo per chiedere aiuto, magari riprendendo con il cellulare il viso del molestatore? Mah.

Da alpino, orgoglioso di appartenere al Corpo degli alpini, mi sorgono spontanei due pensieri. Il primo è più che altro un chivalà?, per dire: giù le mani dagli alpini! Se qualcuno pretendesse da me delle scuse per gli errori di qualcuno si sbaglia di grosso. A Rimini eravamo trecentomila persone. Gli alpini erano centomila e 80mila di loro hanno sfilato. E noi vorremmo infangare questo esercito di uomini senza macchia, per la colpa di qualche cretino? Eppure ciò che sta succedendo è questo. Mi tornano in mente le parole che scriveva Gilbert Chesterton, grandissimo scrittore e giornalista, morto nel 1936: “È più pericolosa la censura a mezzo stampa, della censura sulla stampa”. Quelli erano gli anni in cui dominavano le grandi dittature, comunista, nazista, fascista. I giornali si chiudevano come si chiudono le ante. Eppure già allora il genio di Chesterton intuiva il pericolo di demonizzare sui media intere categorie, perché politicamente scorrette. E dove sarebbe il politicamente scorretto degli alpini? Qualche settimana fa il Parlamento italiano, all’unanimità, ha istituito per legge la Giornata della Memoria e dell’Onore alpino. Sappiamo bene che varie altre categorie d’Arma hanno reagito come morse dalla tarantola, con denunce sui media, fino ad arrivare al presidente della Repubblica. Pensare male è peccato, ma… Se così è, perché non abbassare la cresta a questi presuntuosi, avrà pensato qualcuno?

E così da giorni e giorni gli alpini, considerati l’orgoglio d’Italia, sono finiti nel tritacarne. Eppure basta passare in rassegna il loro operato, per capire chi sono, oltre il discredito di cui li si copre. Solo lo scorso anno hanno fatto cinque milioni e mezzo di ore lavorative presso i centri vaccinali. Hanno allestito un ospedale da campo a Bergamo in soli 7 giorni. Un’impresa che viene definita, senza enfasi, un miracolo inspiegabile. Al Paese hanno dato, in termini di prestazioni e di offerte di denaro, l’equivalente di 80 milioni di euro. Sono presenti 24 h al giorno con quindicimila uomini della protezione civile. Sono impegnati nella ricostruzione di realtà sociali nei territori del terremoto e sono presenti su tutte le realtà locali, apprezzati dai cittadini e con la stima delle donne.

Che dire? Da che mondo è mondo, anche chi fa bene il bene ha i suoi detrattori. Passerà. Nel frattempo brindiamoci su.

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