Il Fatto di Bruno Fasani
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È solo da una vera laicità che fiorisce la speranza

Khiza, Boukara, Samarcanda, Tashkent: era da qui che passava la via della seta. Da qui passò Alessandro Magno e tutti i grandi conquistatori, fino all’arrivo di Tamerlano, nel XIV secolo, mano sanguinaria e potente, al servizio di Allah.

Parole chiave: Il Fatto (214), Bruno Fasani (144), Uzbekistan (1)

Khiza, Boukara, Samarcanda, Tashkent: era da qui che passava la via della seta. Da qui passò Alessandro Magno e tutti i grandi conquistatori, fino all’arrivo di Tamerlano, nel XIV secolo, mano sanguinaria e potente, al servizio di Allah. Ora è terra di Uzbekistan, dal ’93 Repubblica indipendente dall’Unione Sovietica e avviata a un futuro di convivenza pacifica e di benessere. Se nel sacco di una ipotetica tombola potessimo pescare i numeri vincenti che stanno rendendo possibile questa rifioritura del XXI secolo, ci concentreremmo su due, in particolare. Il primo è quello della sua gente. Dignitosa, operosa, sorridente. C’è in essa una fierezza misurata, senza ostentazione, che la dittatura comunista non è riuscita a piegare e che ora si è trasformata in energia collettiva e voglia di fare. Se l’idea che passa è quella di un popolo bello e pulito, più ancora ciò che colpisce l’occhio è la pulizia di questo Paese. Il Paese più pulito al mondo. Sul tema si accettano scommesse. Venisse da queste parti il sindaco di Roma o di qualche scalcagnato paese nostrano, verrebbe immediatamente allontanato con foglio di via per rischio di contaminazione ideologica ambientale. Non c’è spazio privato o pubblico che non metta un senso di rispettosa riverenza, fatto che ti fa sentire in colpa al solo pensiero di lasciar cadere a terra qualche rifiuto. Oltretutto anche un chewingum o un mozzicone di sigaretta verrebbe sanzionato.
Ma c’è un secondo dato che si impone e obbliga il visitatore a riflettere. Bisognerebbe venire da queste parti per imparare cosa vuol dire laicità. Lontana anni luce da certo laicismo arrogante con la puzza sotto il naso, quasi che laicità debba tradursi in guerra alla dimensione religiosa. Ma lontana anni luce anche da certa politica confessionale, convinta che le maggioranze religiose abbiano il diritto di imporre allo Stato quello che deve fare, trasformandolo in teocrazia, dove i diritti di Dio, asserviti alle dittature di chi comanda e non certo di Dio, vengono prima di quelli della gente. L’Uzbekistan, musulmano al 75%, con soli 500 cattolici su 32 milioni di abitanti, vive di fatto una armoniosa convivenza, fatta di rispetto e mancanza di prevaricazione. La dittatura comunista aveva trasformato i luoghi di culto delle varie confessioni in spazi pubblici destinati a servizi di altro genere e ci è voluta l’illuminata coscienza del primo presidente, dopo la riconquistata libertà, a fare in modo che la laicità dello Stato garantisse a tutti senza distinzione pari condizione e dignità. Oltretutto l’Afghanistan è lì al confine, ad un tiro di schioppo, e il rischio che qualche estremista talebano voglia fare scuola disperdendo semi di violenza è cosa su cui stanno vigilando con mille occhi e altrettanti orecchi.
L’Uzbekistan è pieno di moschee e madrasse meravigliose che raccontano una egemonia passata che non concedeva alternative. Ora sono per lo più monumenti che raccontano un pluralismo religioso, rispettoso di tutti. Una laicità che crea le premesse per una illuminata modernità, dove anche l’islam trova uno stile di tollerante emancipazione e convivenza possibile. Lo sapesse il turco Erdogan e tutti i Paesi fondamentalisti, che questa è l’unica strada possibile per aprire futuri di speranza.

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