Il Calciastorie
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Se il cronista sportivo si trasforma in politologo

Giovanni è un uomo semplice. Quando guarda una partita di calcio alla tv, pensa che se una squadra vince è perché è più forte o perché ha avuto più fortuna. O, magari, entrambe le cose. L’eccezione che conferma la regola la conserva per la sua squadra del cuore, o per la Nazionale (sigh!), perché non gli si può chiedere di mantenere la lucidità per tutti i novanta minuti...

Parole chiave: Calciastorie (6), Sport (139), Calcio (136), Lorenzo Galliani (56)

Giovanni è un uomo semplice. Quando guarda una partita di calcio alla tv, pensa che se una squadra vince è perché è più forte o perché ha avuto più fortuna. O, magari, entrambe le cose. L’eccezione che conferma la regola la conserva per la sua squadra del cuore, o per la Nazionale (sigh!), perché non gli si può chiedere di mantenere la lucidità per tutti i novanta minuti. Urla, scatta sul divano – fossero scattati così anche i centrocampisti azzurri, lo spareggio contro la Svezia l’avremmo vinto noi – e si arrabbia quando tutto gira storto. Poi, smaltita gioia o sconforto, si torna al punto di partenza: chi ha vinto è stato più forte o più fortunato. Ma la semplicità è dei semplicioni, deve aver pensato qualche arguto commentatore che – anche in questi Mondiali – ci ha proposto commenti acrobatici che mischiano il calcio con sentimento nazionale e geopolitica. Prendete l’Inghilterra. Per due settimane ci è stato detto che il segreto della Nazionale di Southgate stava nel fatto che tutti i calciatori provenissero dalla Premier League. Nessuno da un campionato straniero, ecco l’ingrediente segreto. Poi è stata sconfitta dalla Croazia, i cui calciatori militano in club di Francia, Belgio, Spagna, Inghilterra, Russia, Turchia, Germania, Italia, Austria, Ucraina (e, ovviamente, Croazia). A proposito di Croazia: su Twitter il commentatore di Mediaset Paolo Bargiggia l’ha elogiata così: “Una nazionale completamente autoctona, un popolo di 4 milioni di abitanti, identitario, fiero e sovranista: la Croazia, contro un melting pop di razze e religioni, dove il concetto di nazione e Patria è piuttosto relativo: la Francia”. Orrore di scrittura (melting pop?), di sostanza (cosa vuol dire “nazionale completamente autoctona”? Kovacic è nato in Austria, Rakitic in Svizzera, Lovren, Corluka e l’allenatore in Bosnia) e persino di buon senso, con la trasformazione del gioco del calcio in uno scontro tra visioni del mondo. Alla fine, abbiamo visto, la “nazionale completamente autoctona” si è dovuta piegare a quella con concetto di Patria relativo, almeno secondo l’analisi del commentatore sportivo occasionalmente prestato alla politologia. Ma il vero scontro è tra chi, come Giovanni, vede nel calcio il gioco più bello del mondo, e chi invece deve far vedere a tutti i costi che ne sa meno degli altri.

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