Il Calciastorie
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Fare gol da centrocampo: un’impresa per pochi

Bisogna essere capaci di sognare, per tirare da metà campo. Per questo i bambini lo fanno spesso...

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Bisogna essere capaci di sognare, per tirare da metà campo. Per questo i bambini lo fanno spesso. Crescendo, però, ci si rende conto che i tiri dalla distanza, quelli reali, fanno a pugni con l’immaginazione: non sono bene indirizzati, possono essere intercettati dagli avversari, arrivano più lenti a destinazione, per la fortuna dei portieri. E allora il bambino inizia – miracolo! – a passare la palla, accorgendosi della presenza dei compagni di squadra. Ma qualcuno, sotto sotto, continua a fantasticare. Palermo-Catania, 1 marzo 2009. Il derby siciliano è già nelle mani degli ospiti, in vantaggio di due reti. Il loro capitano, Mascara, si ritrova un pallone addosso, a centrocampo. Tira una sassata: «Mascara meglio di Maradona», urla il telecronista. Magari non è così, ma la faccia tosta c’è e, oltre a quella, la classe. È gol, ovviamente. Due settimane dopo si gioca Udinese-Catania. Il portiere friulano sbaglia il rinvio, e la palla viene appoggiata a Mascara. Da lì alla porta ci sono 35 metri. Sufficienti, pensa il fantasista, per tirare. O forse non lo pensa neanche, ma il risultato è lo stesso: palla nel sette, e chi magari tra il pubblico stava per sbottare con un «Ma passala!», ancora una volta deve mangiarsi la lingua. Voglio bene a Mascara e a tutti quelli (Quagliarella è un maestro) che non si chiamano Pelè ma di gol favolosi ne hanno fatti. Perché, con le dovute proporzioni, mi ci metto anch’io. Ragazzi delle superiori contro universitari: io sono nel primo gruppo e il campo è in erba sintetica, nel centro della mia città. Sto pascolando a centrocampo, quando la palla rimbalza per qualche strano motivo davanti ai miei piedi. Quel giorno decido di sognare anch’io: botta di collo pieno, il portiere – appena due passi avanti – prova a recuperare la posizione, si tuffa all’indietro e cade come una pera, mentre i miei compagni fanno fatica a credere ai loro occhi. Sono l’eroe di giornata. Ci rivediamo qualche settimana dopo. Gli universitari si sentono furbi: «Ce ne manca uno, quello lo prendiamo noi». E “quello” sono io, scelto come se fossi un nuovo Ronaldinho.
I miei amici delle superiori non credono ai loro occhi e mi cedono quasi con gioia: mica faccio ogni volta gol impossibili, anzi in genere non ne faccio proprio. Sarò il peggiore con ampio distacco. Niente più sogni: ma la realtà sa essere anche più bella. E se non prevede reti da centrocampo, ce ne faremo una ragione.

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