Ex Cathedra
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La florida stagione dei concorsi di poesia dialettale

Dalla fine degli anni ’70 in poi, nella provincia di Verona pullulavano i concorsi di poesia dialettale. Organizzati da comitati, associazioni culturali, parrocchie e circoli ricreativi avevano dato luogo ad un fecondo scambio di relazioni fra poeti e poetesse in lingua e in vernacolo...

Parole chiave: Concorsi di poesia (1), Ex Cathedra (16), Lino Cattabianchi (8)

Dalla fine degli anni ’70 in poi, nella provincia di Verona pullulavano i concorsi di poesia dialettale. Organizzati da comitati, associazioni culturali, parrocchie e circoli ricreativi avevano dato luogo ad un fecondo scambio di relazioni fra poeti e poetesse in lingua e in vernacolo. Erano talmente tanti che Roberto Puliero non aveva perso l’occasione per affondarvi la lama della sua ironia inventando il personaggio di Ampelio Buriana, poeta in vernacolo nonché abituale frequentatore e premiatissimo autore nei concorsi “Versi roersi” di Cavalcaselle, “No gh’è verso” di Castion, “Premio Camacici”, “Sparazo d’oro” di Gazzolo, “La Zapa” di Engazzà de Salizol, “Manareto d’argento” di Boschi Sant’Anna, “Cetra di Campagna”  di Tarmassia, fino ad un prestigiosissimo 4° posto al Premio Sanguinetto…, questo ancora vivo e vitale (Ampelio Buriana - Roberto Puliero, Noantri, Perosini Editore, 1995, p. XI). Una galleria che ha attirato all’epoca anche il giudizio tagliente di Puliero su questa produzione poetica. “La poesia è tutta un’altra cosa”, concludeva il cantore di Verona, ostile a quella veronesità imbalsamata e di maniera citando, come ispiratrice, una delle possibili “tre corone” della poesia veronese: Berto Barbarani, Angelin Sartori e Dino Coltro.
E oggi, a distanza di qualche anno, cambiato il mondo mille volte, è proprio tutto da buttar via? Certo il dialetto come lingua d’uso sta battendo in ritirata di fronte ad un italiano anch’esso fortemente modificato nei suoi connotati espressivi. Lo aveva anticipato del resto, come una sorta di legittimazione, anche Lorenzo Calabrese nel 1977, al momento del varo del 1° concorso “La Madonnina” di Pescantina. “Il moltiplicarsi degli episodi di recupero della lingua veneta – scriveva nella prefazione della prima antologia –, specie nella forma poetica, sicuramente manifesta una tensione culturale alla ricerca di più immediati canali espressivi, come anche il tentativo di consolidare un retroterra di ideazioni, rappresentazioni mentali e canoni estetici, altrimenti in via di sfaldamento, sotto l’urto pianificante della lingua nazionale”. Calabrese, da uomo di scuola, era consapevole del carattere residuale che avrebbe assunto il dialetto di lì a qualche anno, contrastato appena dagli “episodi di recupero della lingua veneta”. Sugli spalti della difesa del vernacolo si sono succedute schiere di poeti: in primis, la generazione dei maestri del Cenacolo di Poesia veronese con Gino Beltramini “El profe”, Toni Beltrami, Berto Rossignolo, Bepi Sartori, Gianni Recchi, Bruno Etrari, per non citare poi Mario Salazzari e Bepo Spela. Ma c’è stata anche una leva di poeti, da Tolo da Re a Giampaolo Feriani, a Giovanni Benaglio, a Piero Sartori figlio di Angelin, a Michele Gragnato ed Enzo Franchini che, con molti altri, ha tentato una nuova via espressiva per il dialetto. Senza dimenticare le rime di Wanda Girardi Castellani, Berta Mazzi Robbi, Anita Peloso Vallarsa, Nedda Lonardi Sterzi, Lucia Beltrame Menini, Elvira Venturi Zoccatelli, Ida Benedetti Baroni, Carla Zanini Ferrari, Elena Piccoli Falezza, Nadia Zanini, Nerina Poggese: tutte poetesse de còr, con una grande sensibilità, che ancora partecipano ai concorsi con l’umiltà consapevole di chi porta un fiore profumato sull’altare della poesia. Certo, si lavora oggi per un difficile ricambio generazionale. E sarebbe veramente un peccato che questa forma espressiva della poesia che si misura nei concorsi conoscesse un inarrestabile declino.

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