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La tragedia afgana chiama in causa l’Ue e i cristiani

Due voci, quasi in stereofonia, sono risuonate forti domenica scorsa a richiamare un impegno, quello della solidarietà che si fa accoglienza, qualificante al tempo stesso la società civile e la comunità cristiana...

Parole chiave: Editoriale (290), Afghanistan (3)

Due voci, quasi in stereofonia, sono risuonate forti domenica scorsa a richiamare un impegno, quello della solidarietà che si fa accoglienza, qualificante al tempo stesso la società civile e la comunità cristiana. Dapprima il Papa, dopo la recita dell’Angelus: «Seguo con grande preoccupazione la situazione in Afghanistan, e partecipo alla sofferenza di quanti piangono per le persone che hanno perso la vita negli attacchi suicidi avvenuti giovedì scorso, e di coloro che cercano aiuto e protezione. Affido alla misericordia di Dio Onnipotente i defunti e ringrazio chi si sta adoperando per aiutare quella popolazione così provata, in particolare le donne e i bambini. Chiedo a tutti di continuare ad assistere i bisognosi e a pregare perché il dialogo e la solidarietà portino a stabilire una convivenza pacifica e fraterna e offrano speranza per il futuro del Paese. In momenti storici come questo non possiamo rimanere indifferenti, la storia della Chiesa ce lo insegna. Come cristiani questa situazione ci impegna. Per questo rivolgo un appello, a tutti, a intensificare la preghiera e a praticare il digiuno. Preghiera e digiuno, preghiera e penitenza. Questo è il momento di farlo. Sto parlando sul serio: intensificare la preghiera e praticare il digiuno, chiedendo al Signore misericordia e perdono».
Poche ore più tardi il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo alle domande di alcuni giovani – tra i quali un liceale veronese – durante il seminario per la formazione federalista europea in occasione degli 80 anni del Manifesto di Ventotene, ha affermato: «In questi giorni c’è una cosa che sinceramente appare sconcertante: si registra, qua e là nell’Unione Europea, grande solidarietà nei confronti degli afghani che perdono libertà e diritti ma che rimangano lì, non vengano qui perché se venissero non gli accoglieremmo. Questo non è all’altezza del ruolo storico, dei valori dell’Europa verso l’Unione».
Insomma, la commozione unita allo sdegno nel seguire le vicende di un Paese tornato in men che non si dica dopo vent’anni sotto il controllo opprimente dei talebani, non risolve nulla. Occorre un impegno concreto e unitario. Perché se l’Europa procederà divisa, continuerà ad essere ininfluente sullo scenario mondiale.

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