Condiscepoli di Agostino
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L’umile è proteso verso la Trinità immutabile

Agostino osserva il fatto che gli uomini amano conoscere ciò che è oggetto di scoperta della scienza. Ma, riecheggiando il pensiero dei filosofi, in primo luogo Socrate e Cicerone...

Parole chiave: Trinità (8), Sant'Agostino (181)

Agostino osserva il fatto che gli uomini amano conoscere ciò che è oggetto di scoperta della scienza. Ma, riecheggiando il pensiero dei filosofi, in primo luogo Socrate e Cicerone, precisa che “sono di gran lunga migliori senza dubbio coloro che prepongono a questa scienza la conoscenza di se stessi” (De Trin., IV, 1). Di conseguenza, meglio è conoscere le proprie infermità morali e spirituali rispetto alle orbite dei cieli. E prosegue puntualmente e genialmente: “Colui che si svilisce ai suoi stessi occhi, e pur vuole entrare in Lui (Dio), benché non ne sia capace, alla sua luce guarda dentro di sé e trova sé stesso e capisce che la sua infermità non può essere contemperata con la sua (di Dio) mondezza. Ebbene, costui trova la sua dolcezza nel piangere e nel supplicarlo di avere di lui pietà più e più volte, fino a lasciarsi spogliare di tutta la sua miseria e a supplicarlo con fiducia, dopo aver ricevuto per grazia il pegno della salvezza, per mezzo del suo unico salvatore e illuminatore dell’uomo… Ha preposto una scienza ad un’altra; ha preposto di conoscere la sua infermità piuttosto che conoscere i fondamenti della terra, le sommità dei cieli. Aggiungendo questa scienza ha aggiunto il dolore, il dolore della sua peregrinazione, che proviene dal desiderio della sua patria e del suo creatore, il beato suo Dio. In questo genere umano, nella famiglia del tuo Cristo, Signore Dio mio, se io gemo tra i tuoi poveri, dà a me del tuo pane per rispondere agli uomini che non hanno fame e sete della giustizia, ma sono saziati e sono nell’abbondanza. Li ha saziati il loro fantasma immaginario non la tua verità, respingendo la quale se ne vanno in esilio (da sé) e cadono nella loro vanità. Io so bene quante finzioni generi il cuore umano. E che cosa è il mio cuore se non un cuore umano? Ma di questo io prego il Dio del mio cuore che io non abbia a proferire nulla di saldamente vero dalle loro finzioni in questi scritti (il De Trinitate), ma venga in essi tutto ciò che attraverso di me avrà potuto venire, dal luogo da cui viene sparsa l’aura della sua verità. Benché io sia soggetto a mutazione, per quanto mi sia lecito, io vi attingo, in quanto non vedo in essa nulla di mutabile né per quanto riguarda i luoghi né per quanto riguarda i tempi come succede per i corpi… Infatti, l’essenza di Dio, per cui è, non ha assolutamente nulla di mutabile né nella eternità, né nella verità, né nella volontà, perché ivi eterna è la verità, eterna la carità; e vera ivi è la carità; e cara ivi è l’eternità, cara la verità” (Ivi).

Benché in condizione di esilio, osserva Agostino, non dobbiamo affatto rinunciare alla ricerca dell’eternità, della verità e della beatitudine. Le stesse apparizioni ci sollecitano a guardare oltre nella ricerca della verità, del bene e della beatitudine. In concreto: “Veniamo ammoniti che non sta qui ciò che cerchiamo e che, a partire da queste cose, occorre ritornare là (il principio dal quale proveniamo); se non vi dipendessimo, non andremo alla ricerca di quelle cose”. Prima di tutto però “è stato necessario che ci persuadessimo quanto Dio ci ama, per non lasciarci prendere dalla disperazione nell’innalzarci verso di Lui” (De Trin. IV, 1.2). E prendere chiara coscienza dello stato di miseria, in cui ci eravamo trovati, evitando ogni forma di orgoglio nei riguardi di eventuali nostri meriti, cosa che ci farebbe allontanare da Dio (Cfr. Ivi). In tal modo era possibile che “nell’infermità dell’umiltà potesse esprimersi al meglio la forza dell’amore” (Ivi). La grazia viene concessa gratuitamente e non come ricompensa dei meriti; non perché ne fossimo degni, ma perché ne avevamo bisogno e perché così ha stabilito Lui (Cfr. Ivi). L’uomo era ed è bisognoso della grandezza sconfinata dell’amore di Dio, sia per non disperarsi, sia per non inorgoglirsi (Cfr. Ivi).

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