Condiscepoli di Agostino
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Dall’infanzia alla fanciullezza

Agostino è nato a Tagaste, nell’antica Numidia, oggi Algeria, il 13 novembre 354, da Monica, una cristiana di altissime qualità, e da Patrizio, pagano, di modeste condizioni economiche. Agostino stesso ripensa e ricostruisce nella memoria di adulto la sua infanzia, che egli percepisce essere stata trascorsa sotto lo sguardo della misericordia di Dio...

Parole chiave: Mons. Giuseppe Zenti (317), Infanzia (5), Fanciullezza (1), Condiscepoli di Agostino (103)

Agostino è nato a Tagaste, nell’antica Numidia, oggi Algeria, il 13 novembre 354, da Monica, una cristiana di altissime qualità, e da Patrizio, pagano, di modeste condizioni economiche. Agostino stesso ripensa e ricostruisce nella memoria di adulto la sua infanzia, che egli percepisce essere stata trascorsa sotto lo sguardo della misericordia di Dio. Si rivede per intuizione nell’atto di succhiare il latte dalle mammelle della madre o delle nutrici: “Mi accolsero le consolazioni del latte umano”, ma anche nell’atto del piangere per qualche sofferenza del suo piccolo corpo. E si rivede pure mentre sta sorridendo, nel sonno o sveglio, o mentre si arrabbia e si vendica, strillando.
All’infanzia succede la fanciullezza. E Agostino ne riporta i segni abbastanza nitidi nella memoria, legati in primo luogo alla facoltà del parlare: “Procedendo dall’infanzia, non sono forse giunto alla fanciullezza? Io non ero più un infante, incapace cioè di parlare, ma ero un fanciullo capace di parlare”. Tenta quindi di ricostruire il processo dell’apprendimento delle parole: “Fissavo nella memoria una cosa, quando quelle persone chiamavano con un nome una certa cosa; udendo ripetutamente le parole incluse in varie espressioni al loro posto, a poco a poco riuscivo a capire di quali cose fossero segni”.
E il grande salto: la scuola! Per imparare lettere! Per i suoi docenti, che ne avevano intuito le capacità straordinarie, Agostino doveva a tutti i costi emergere nell’arte della lingua, e se si dimostrava pigro veniva picchiato con la verga. Certo, Agostino era consapevole di essere stato dotato di grandi talenti: “Non mi mancavano, Signore, memoria e ingegno, doti che tu hai voluto che io avessi in abbondanza per quella età”, benché preferisse giocare, soprattutto alla palla. Agostino comprese in seguito che era peccato barattare lo studio delle lettere con il gioco, che amava tantissimo, o con la curiosità per gli spettacoli dei grandi.
Era infastidito dal fatto di essere costretto allo studio nelle lettere che non amava, benché in seguito riconobbe che “non avrei imparato se non ne fossi stato costretto”. Proprio nel rivedersi ribelle allo studio, dà una definizione sorprendente del suo io da fanciullo: “Pur fanciullo così minuto, ero già un grande peccatore”. Aveva in odio imparare a scrivere, a leggere e a far di conto. Né miglior sorte riservava Agostino alle lettere greche. In seguito invece si appassionò delle lettere latine. Acutissimo e finissimo osservatore della psicologia umana, non teme di focalizzare le ragioni della sua avversione alla lingua greca, in quanto, non essendogli familiare, era costretto ad impararne la terminologia a forza di castighi, mentre quella latina la imparava con le carezze, con i giochi e con i sorrisi, dal vivo del parlato. E conclude: “Di qui si evince con sufficienza che ha maggior forza nell’apprendimento la libera curiosità piuttosto che una meticolosa costrizione”. Poiché nelle frivolezze delle letture si mostrava curioso e perspicace, era da tutti ritenuto e chiamato “ragazzo di buona speranza”, ed era applaudito più dei suoi coetanei quando recitava.
Intanto, una grave malattia allo stomaco mise in serio pericolo la sua esistenza di fanciullo. Una febbre altissima lo portò in fin di vita. Non era ancora battezzato, soprattutto per i condizionamenti del padre che appunto era pagano; ma in così grave pericolo di morte, egli stesso chiese il Battesimo. Sennonché, ripresa improvvisamente la salute, lo rimandò senza precisarne la data.

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