Condiscepoli di Agostino
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Agostino teso al mistero della vita trinitaria

Perché Agostino ha impegnato così a lungo il suo pensiero sul mistero della Trinità?

Parole chiave: Sant'Agostino (172), Trinità (8)

Perché Agostino ha impegnato così a lungo il suo pensiero sul mistero della Trinità?

Innanzitutto gli ha consentito di tenere inscindibilmente coniugate la fede e la ragione. Fede e mente inseparabili! Pur a diversi dosaggi di ricorso.

In secondo luogo, proprio l’impegno sul fronte del patrimonio della fede cattolica sul mistero della Trinità, lo ha tenuto costantemente allenato all’incontro con lo splendore della luce trinitaria nell’oltre, in modo analogo a quanto novecento anni dopo sperimenterà Dante, che molto deve ad Agostino e alla sua teologia anche trinitaria. Confidando, infatti, in termini poetici la sua esperienza di conversione a Dio, dopo quella del peccato e della purificazione, Dante giunge al Paradiso, dove sperimenta dentro di sé una progressione di luce divina interiore, fino alla percezione del mistero trinitario, in un bagliore di luce, che gli cancellerà dalla memoria l’esperienza stessa. Ad Agostino la ricerca tenace e faticosa è giovata molto come incentivo al desiderio, sempre più incontenibile e per così dire spasimante, di veder Dio Trinità come è, a faccia a faccia, alla conclusione della sua vita terrena. In effetti, ha dato alla sua vita di vescovo un respiro trinitario, che simultaneamente ha trasfuso anche nei fedeli. Agostino stesso riconosce, alla fine, alcuni risultati ottenuti con lo sforzo sovrumano della sua mente. Ma non cessa di lasciarsi protendere oltre: “Eleva gli occhi verso la luce in persona e, se ne sei capace, fissali in essa” (De Trin., XV, 27.50). Agostino è costretto a riconoscere di non avere occhi sufficienti per sostenere la Luce stessa. Gli sarà possibile solo quando, purificato da tutto ciò che rende opaca l’immagine di Dio nella fase terrena, si sperimenterà pura immagine di Dio, del tutto simile a Lui “quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è” (1 Gv 3,2). A lettura compiuta e tenendo fissa la mente su questo obiettivo, quello cioè di vedere Dio a faccia a faccia, così come Egli è, che ha fatto da magnete ad Agostino nella composizione dell’intera sua opera, resta la sensazione di aver fatto, in compagnia di Agostino, un percorso di esercizi ignaziani sul mistero dell’uomo nel mistero dell’amore trinitario di Dio.

Quello sforzo gli è servito poi per tenere sempre vivo nel suo animo il “la” trinitario interiore che ha fatto vibrare costantemente in tutti i suoi interventi prettamente pastorali. Come a dire che ha fatto della sua vita di monaco e di vescovo una ricerca di Dio Trinità e l’ha colta come il motore della sua vita spirituale. Agostino ha familiarizzato con il suo mistero, proteso alla sua contemplazione, mediante esercizio quotidiano, consapevole che la mistica, finalizzata alla contemplazione di Dio, esige una sua ascetica.

In quel travaglio inoltre si è sentito sospinto a cogliere tutte le possibili occasioni per immettere i fedeli, non da accademico, ma da pastore evangelizzatore, nel circuito del respiro trinitario, in forma di confidenza della sua stessa esperienza.

Quello sforzo di Agostino siglato nel De Trinitate giova molto anche a noi suoi lettori estimatori: con la narrazione della sua quotidiana conversione esistenziale a Dio Trinità, che ha vissuto in tutto il suo essere, ci ha predisposti a cercare e ricercare Dio Trinità, come anche il nostro assoluto di senso e di beatitudine, illuminati e sostenuti dalla fede cattolica. Se, dunque, molteplici sono le ragioni che l’hanno sospinto a scrivere il De Trinitate, una sola è quella che fa da sintesi: predisporre la totalità del suo essere, anima e corpo, a “vedere Dio a faccia a faccia, così come Egli è” (1 Cor 13,12; 1 Gv 3,2), nella perfetta ed eterna contemplazione. Nell’oltre tempo, nel giorno da pieno sole della risurrezione.

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