Commento al Vangelo domenicale
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«Vegliate pregando»

Luca 21,25-28.34-36

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Parole chiave: I Domenica di Avvento (2), Vangelo della Domenica (240), Commento (77)

Riprendiamo il nostro cammino con l’Avvento dell’anno C, che ci consegna il Vangelo di Luca. L’Avvento, come si sa, è il tempo dell’attesa di Dio che viene nel nostro mondo, nella nostra vita. È proprio dell’essere umano attendere: che qualcosa accada, ma soprattutto che qualcuno arrivi. Quest’attesa non è un semplice orientamento verso un futuro qualsiasi, ma è speranza che qualcuno venga a noi, presti attenzione alle nostre condizioni, si prenda cura di noi. Quando quest’attesa si colora di fede, diventa manifestazione di fiducia in Dio e “Avvento” diventa attesa che Dio entri nella nostra storia personale e comunitaria e indica contemporaneamente disponibilità a collaborare con il suo progetto: da qui scaturisce anche l’esortazione, tipica in Avvento, di “vegliare”, per riconoscere la sua continua.
Oggi la lettura del Vangelo ci propone due brevi brani del capitolo 21 di Luca, cuore dell’insegnamento escatologico (che riguarda le realtà ultime) di Gesù, al termine del suo viaggio verso Gerusalemme che ha come punto d’approdo il tempio. Il discorso assume un significato unico, perché pronunciato proprio nel tempio, di cui annuncia la tragica devastazione (e di tale devastazione l’evangelista Luca mostra di essere a conoscenza), mentre invita: «Alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28).
«In quel tempo vi saranno segni nel cielo (sole, luna, stelle), mentre sulla terra regneranno angoscia e paura per lo sconvolgimento dei mari e dei fiumi e per l’attesa di ciò che deve accadere». A essere sconvolti non saranno solo gli elementi terrestri (mari e fiumi) ma anche le potenze celesti (sole, luna e stelle) e il Figlio dell’uomo sarà visto mentre viene sulla nube con molta potenza e gloria. Come abbiamo già notato nel Vangelo di Marco gli sconvolgimenti cosmici che precedono l’avvento del Figlio dell’uomo, s’ispirano a immagini che i profeti hanno già adottato nell’Antico Testamento per descrivere il “giorno del Signore” e stanno a indicare che tutta la creazione segnalerà la venuta finale di Gesù.
Nella seconda parte del discorso riportato nel Vangelo di oggi, Gesù mette in guardia i discepoli dal rischio di lasciar «appesantire i cuori in dissipazioni, ubriachezze e preoccupazioni per la vita (materiale)», perché per tutti gli uomini della terra il giorno del Signore verrà come “un laccio”, all’improvviso, e li farà cadere e li abbatterà. Ai discepoli, però, è chiesto di vegliare e pregare per «avere la forza di fuggire» tutte queste cose e di “stare” davanti al Figlio dell’uomo. Possiamo comprendere questa sottolineatura di particolare importanza sul ritorno del Signore, rifacendoci a quanto i due personaggi in bianche vesti dicono ai discepoli il giorno dell’Ascensione e cioè che tornerà «allo stesso modo in cui lo avete visto andare in cielo» sulla nube.
Il messaggio della Parola di oggi sembra proprio volersi collocare qui, nella riflessione che la prima comunità cristiana intende fare a proposito di questo tornare del Cristo risorto. Luca intende dunque rispondere a una domanda ricorrente tra i discepoli di Gesù della prima e seconda generazione: come e quando tornerà il Signore? Solo il cosiddetto linguaggio apocalittico, ricco di simboli ereditati dalla tradizione giudaica dell’Antico Testamento e riletti ora dalla comprensione nuova che la comunità cristiana ha acquisito a partire dagli eventi pasquali, può offrire spunti che aprono, almeno in parte, alla comprensione del mistero del ritorno del Signore.
Ora la nube sta a indicare che non è dato di conoscere e capire il mistero del ritorno del Signore (della parusia), così come, fin dall’inizio della vicenda di Gesù, non è dato di conoscere e di capire tutto ciò che riguarda il mistero dell’Incarnazione («Su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo» Lc 1,35). La nube ha anche un chiaro riferimento al Sinai e all’alleanza della quale Mosè fu mediatore, manifestazione suprema di un Dio totalmente altro ma anche vicino a un popolo sulla terra; nube che nasconde e che rivela, nella quale prima Maria, poi i discepoli, nella Trasfigurazione, sono fatti entrare. In questa nube saremo avvolti anche noi, al ritorno del Signore, se sapremo sollevare lo sguardo, non lasciandolo cadere sotto il peso della vita fisica che ci tiene attaccati alla legge “del peccato e della morte” (Rm 8,2).
Le letture odierne e soprattutto il Vangelo, chiedono ai cristiani, radunati nell’assemblea eucaristica, di portare un annuncio di consolazione e di speranza. A dispetto delle apparenze, è Dio che tiene salde le redini della storia: egli solo, perché è Dio, conosce i tempi e i momenti per ogni cosa e interviene al momento opportuno. Egli ha promesso la venuta del Messia e l’ha realizzata. Mediante Gesù “la parola di bene” e “il progetto bello” troveranno compimento. Al discepolo che si domanda preoccupato: «Dove andremo a finire?  Chi si prenderà cura di noi?», egli risponde: «Risollevatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». In altre parole: la storia non va verso il baratro; la prova che attraversate porta verso il compimento, verso una nuova creazione. È questo il fondamento dell’ottimismo cristiano!

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