Commento al Vangelo domenicale
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Essere pronti e preparati alla venuta del Signore

Matteo 25,1-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Parole chiave: Vangelo della Domenica (271), Lorenza Ferrari (5)
Essere pronti e preparati alla venuta del Signore

Prosegue il cammino di avvicinamento alla conclusione dell’anno liturgico. Il testo di questa domenica, tratto dal venticinquesimo capitolo del Vangelo secondo Matteo, aiuta a riflettere sull’escatologia, ossia su quella parte del pensiero cristiano che riguarda “le ultime cose” e quindi il destino finale della comunità e dell’uomo. Ogni credente è convinto che Dio tornerà, che opererà un giudizio giusto e inappellabile e quindi darà inizio ad un nuovo tempo. Conseguentemente a ciò, il seguace di Gesù si pone alcune domande: quando avverrà tutto questo? E, se come afferma l’evangelista, non si conosce né il giorno né l’ora, cosa si deve fare nel frattempo? Il problema che le prime comunità cristiane avvertono molto seriamente è quello che le porta a dover fare i conti con “il ritardo” di questa venuta gloriosa e definitiva del Signore.
Il primo evangelista, a tal proposito, narra la storia dello sposo (il Messia) che tarda ad arrivare e delle dieci vergini che lo aspettano con le lampade accese. Nel racconto ciò che balza subito agli occhi è la forte contrapposizione che caratterizza il gruppo delle ragazze: pur trovandosi assieme e accomunate dallo stesso scopo, nel testo vengono presentate come distinte. Di cinque di esse, per ben tre volte, si dice che sono stolte, mentre delle altre cinque con maggiore insistenza si rileva che sono sagge. La comprensione del motivo che porta alla separazione netta tra le vergini appare evidente solo alla conclusione della narrazione della vicenda quando si realizza il giudizio sul loro operato: non tutte, infatti, hanno avuto l’accortezza di portarsi appresso gli orcioli per le scorte di olio per le lampade nel caso in cui l’attesa si fosse protratta.
Trovarsi ad attendere qualcuno è noto che può portare a fare delle considerazioni diverse: il ritardo (o presunto tale) di colui che deve arrivare può generare agitazione e ansia, oppure può spazientire, oppure ancora può essere l’occasione per fare dell’altro, occupandosi in attività che con l’ospite atteso non hanno nulla a che vedere. Reazioni diverse che determinano conseguenze altrettanto difformi.
Tutte e dieci le vergini si addormentano, tutte prima o poi vengono sopraffatte dalla stanchezza, ma non è questo che determina il giudizio nei loro confronti e l’ingresso o meno al banchetto. Ciò che fa la differenza è la diversa preparazione con cui si presentano allo sposo, il Messia. L’incontro con Lui, presentato quale momento gioioso di festa come è il giorno delle nozze, esige preparazione, perseveranza, capacità di predisporre un buon equipaggiamento e intelligenza per cogliere le occasioni per essere pronti. Se l’olio tenuto da parte in caso di evenienza rappresenta, dunque, tale preparazione, si capisce come alla richiesta delle vergini stolte non possa che seguire una risposta negativa. Esse si rivelano assolutamente impreparate ad accogliere lo sposo e a ciò nessuno può porre rimedio. Le cinque sagge che con le loro parole risultano agli uditori quanto meno antipatiche ed urtanti, attestano la necessità di assumersi la responsabilità di quanto si attua. Mandare le compagne stolte a prendere l’olio da qualche altra parte equivale a ribadire la necessità di migliorare la condizione di arrivo all’evento importante che tanto le ha fatte attendere. Non sempre, però, il tentativo di rimediare garantisce un buon risultato: le cinque vergini prive di olio arrivano troppo tardi rispetto all’inizio del banchetto, le porte sono ormai chiuse e, nonostante la loro insistenza nel bussare, il giudizio di esclusione è perentorio, non ammette scuse.
Il testo evangelico intende far comprendere quali siano le condizioni che permettono che il momento di incontro con lo sposo generi salvezza e non determini una condanna definitiva. Il Signore alla fine dei tempi opererà come un giudice che non fa accedere alla festa coloro che sono impreparati e ciascuno sarà giudicato secondo il suo agire.
Matteo al termine del racconto parabolico suggerisce che la cosa migliore da fare è vegliare, che non vuol dire restare svegli la notte: in questo brano, come già evidenziato, dormono tutte e dieci le vergini. Vigilare nell’attesa significa essere pronti e preparati, consapevoli e attenti a quanto accade attorno a noi, significa vivere la fedeltà alla volontà di Dio, compiendo il bene attivamente, impegnandosi in maniera fattiva a divenire collaboratori dell’azione portatrice di vita di Dio.

Quadro: Peter von Cornelius, Parabola delle dieci vergini (1813-16), olio su tela, Düsseldorf (Kunstmuseum)

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