Commento al Vangelo domenicale
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Entriamo nella tomba vuota per vedere e credere

Giovanni 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Parole chiave: Vangelo della Domenica (271), Pasqua (36)
Entriamo nella tomba vuota per vedere e credere

Dalla Pasqua alla Pentecoste la Chiesa vive un unico giorno di festa, quello evocato nell’antifona usata sin dai primi secoli e ancora ripetuta negli Uffici delle Lodi, dell’Ora media e dei Vespri di Pasqua e dell’Ottava: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo”. Tutti i segni delle celebrazioni liturgiche della domenica di Pasqua e tutte le festose tradizioni popolari pasquali alludono all’esplosione di vita innescata dal grande avvenimento della risurrezione. Il grande cero acceso ai piedi dell’altare ricorda che la vita del credente riceve dalla risurrezione di Cristo fuoco e luce, speranza e ardore, amore e intelligenza. Tutto ciò che l’evangelista Giovanni racconta sulla risurrezione avviene di domenica. La liturgia domenicale è il tempo e il luogo privilegiati per il sorgere e il maturare della fede nella risurrezione.
Non è per tutti facile credere nella risurrezione di Gesù, evento centrale del cristianesimo. L’evangelista Giovanni sembra particolarmente consapevole dell’importanza e della fatica del credere in Cristo risorto. Il dubbio è uno dei fili conduttori dell’intero capitolo ventesimo del suo Vangelo. Dubitano Maria di Magdala, Pietro, i discepoli, Tommaso: tanto è inattesa e sorprendente la novità di questo mistero. E proprio a Giovanni dobbiamo l’ultima “beatitudine” riservata a noi, discepoli del Vangelo, appena prima della conclusione: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno”.
A Giovanni piace drammatizzare gli eventi attorno a singoli personaggi, rappresentativi e tipici di un’esistenza, di un atteggiamento, di un modo di leggere la presenza di Dio nella vita: basti pensare a Nicodemo, alla donna samaritana, al cieco nato, a Lazzaro. Accade anche nel Vangelo odierno, che ci apre a un cammino che ripercorre le tappe poste da quel “vedere” che si attua in modo differente nelle esperienze dei tre personaggi: Maria di Magdala, Simon Pietro e l’“altro discepolo”. C’è il vedere materiale ed esterno della Maddalena che, segnata dalla convinzione che la morte è la fine di tutto, si limita a dedurre dalla pietra ribaltata che il cadavere di Gesù è stato trafugato. C’è il vedere di Pietro che ha il coraggio di entrare nel sepolcro, nel luogo della morte. La sua osservazione accurata e attenta della realtà esclude di per sé la semplicistica spiegazione del trafugamento, ma non giunge a cogliere il senso profondo di ciò che ha constatato. C’è infine il vedere del discepolo amato: da ciò che osserva si apre ad accogliere il mistero di Dio e crede. L’amore vissuto è l’orizzonte e la forza che lo apre a un vedere profondo che, nella fede, accoglie la possibilità di una presenza, anche se non tutto è chiaro e luminoso.
Siamo anche noi invitati a entrare nel sepolcro per ascoltare e riascoltare l’annuncio della nostra salvezza. Ci viene offerta la lieta notizia pasquale che rompe gli argini della monotonia e sottrae la vita umana alla sua opacità. La tomba vuota e l’annuncio della risurrezione dicono che, nella forma dell’umanità risorta di Gesù, Dio Padre è per sempre e per tutti disponibile. Dicono che il cielo non è vuoto, né riempito di una presenza minacciosa o a noi indifferente. In Gesù, dunque, Dio è sempre disponibile come Padre: sempre in grado di ridarci vita. La vita umana non è più consegnata all’assurdo o alla disperazione. Ogni vicenda è custodita nelle mani di Dio.
Don Maurizio Viviani

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