Il Fatto di Bruno Fasani
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Tutti a scuola di dialetto ma di che zona del Veneto?

Mi dicono che il Comune di Verona ha aperto le iscrizioni per un corso di dialetto veneto. Bene, benissimo. Anzi no...

Parole chiave: Dialetto (1), Il Fatto (366), Bruno Fasani (287), Veneto (10)

Mi dicono che il Comune di Verona ha aperto le iscrizioni per un corso di dialetto veneto. Bene, benissimo. Anzi no. Se mai mi prende qualche riserva non è perché ce l’abbia col vernacolo. Dio sa quanto mi piacciano certe espressioni diventate intraducibili. Ricordo mia madre negli ultimi anni di vita. Come stai mamma? «Son na pora crachesa, caro Bruno». Forse pochi sanno cosa voglia dire questa espressione. Ma crachesa nella parlata lessinica era quella specie di carretta fatta con legni posticci legati tra loro, cui si applicavano due ruote per il trasporto del fieno. Attrezzo che una volta finito il raccolto veniva buttato per diventare legna da ardere. Provate a tradurre la precarietà della vita, che va verso la sua fase terminale, con un sinonimo più eloquente! Oppure quante volte ho sentito parlare di una persona scancanà, letteralmente fuori dai cardini, come una porta penzolante, quando qualche problema ortopedico rendeva insicuro l’incedere della persona.
Sono personalmente convinto che anche i giornalisti che fanno cronaca locale dovrebbero fare ricorso più di frequente a espressioni dialettali nel descrivere fatti e situazioni. Si risparmino pure le critiche i puristi che volessero vedere in questa scelta traccia di provincialismo. La bellezza e il colore di alcune espressioni andrebbero consegnate alle nuove generazioni come un vero e proprio patrimonio letterario.
Ciò premesso, passo alle mie riserve sul corso di dialetto veneto. Di quale dialetto parliamo? Quello del Nord Verona dove le cipolle si chiamano séole o quello della Bassa dove si parla di zéole? Quello delle nostre parti dove la gallina diventa galìna, o quello del vicentino dove la doppia “l” diventa una “i”, mettendo al mondo la gaìna, ovvero la femmina dei gai? Se poi tiriamo in ballo il Ceo, parliamo della squadra che milita in Serie A, ovvero il Chievo, o parliamo del bambino trevigiano? E giusto per restare nella Marca, quando diciamo nonsolo, siamo sicuri che a Verona abbiano capito che parliamo del sacrestano?
Penso ancora alla “x” usata in tanta parlata dialettale del Veneto centrale. “Xè ora, xè matina, xè un puteo…” Espressioni assolutamente estranee al veronese, al Bellunese e a una parte del Trevigiano. E Zaia, cognome veneto, dovremmo scriverlo con la “z” o coerentemente Xaia? E se da Bosco Chiesanuova ti telefonano che «gh’è vento e neve», basta spostarsi in Polesine per sentirti dire «ca gh’è na bufera”, lasciando nel sorriso costipati interlocutori.
I dialetti locali sono una realtà estremamente seria, che affonda le radici nella frantumazione dell’Impero Romano, quando il territorio cominciò a organizzarsi a macchia di leopardo, valorizzando ascendenze e differenze locali. Ed è proprio nella sua valenza storica che il dialetto va recuperato per raccontare l’originalità delle sue origini, i percorsi della sua evoluzione, senza che esso diventi il colore di una parte politica, più intenta a servirsene che a valorizzarne la bellezza espressiva e comunicativa.

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