Il Fatto di Bruno Fasani
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Le cose fatte male che il virus bastardo ci mette sotto il naso

Succede talvolta che uno viene ricoverato in ospedale per un’urgenza. Tutto si concentra sulla patologia per cui è stato richiesto il ricovero. Poi, una volta fatta l’anamnesi con cui si cerca di capire la storia dietro ai fatti, si procede con l’analisi strumentale. E qui, tante volte, comincia il bello, anzi il brutto. Perché i malanni sono come le ciliegie: uno tira l’altro...

Parole chiave: Bruno Fasani (222), Il Fatto (295), Coronavirus (94), Ospedali (5), Sanità (17)

Succede talvolta che uno viene ricoverato in ospedale per un’urgenza. Tutto si concentra sulla patologia per cui è stato richiesto il ricovero. Poi, una volta fatta l’anamnesi con cui si cerca di capire la storia dietro ai fatti, si procede con l’analisi strumentale. E qui, tante volte, comincia il bello, anzi il brutto. Perché i malanni sono come le ciliegie: uno tira l’altro. E così finisce alla stregua di quando vai dal meccanico. Credi di dover riparare un solo guasto e poi ti ritrovi a lasciarci lo stipendio per via delle troppe cose trovate fuori posto.
Che il Coronavirus sia il “guasto” principale è ovvietà. Talmente grave e predominante che perfino altre patologie si sono fatte in disparte per lasciargli la preminenza. Mi dicono che sono calati perfino gli infarti, mentre è rallentato l’afflusso ai Pronto Soccorso e presso gli specialisti delle varie patologie. Questo boia di virus non solo si è conquistato la scena, convogliando tutte le energie sanitarie disponibili, ma si è preso anche qualche soddisfazione, mettendo in luce le falle della Sanità. A cominciare da una malcurata miopia su quello che dovrebbe essere un servizio pubblico all’altezza.
È da tempo che gli esperti parlano di rischio pandemie. Ebola, Sars, colera, Covid… solo che fino ad ora era roba degli altri. Magari dell’Africa o dei Paesi più poveri al mondo. E allora se muoiono quelli, chissenefrega? Un rischio che oggi si amplifica e si globalizza grazie alla presenza sul mercato di animali selvatici e che certa letteratura vorrebbe venderci come l’orizzonte del futuro alimentare, con menu a base di pipistrelli, serpenti, scorpioni, insetti, cavallette… Dio che bontà!
A questo bisognerebbe aggiungere la deforestazione di grandi territori, con conseguente avvicinarsi di animali selvatici all’ambiente antropizzato. E la vicinanza sappiamo che porta alla “comunione dei beni”, che non sempre sono proprio dei beni, come nel caso dei virus che passano dalle bestie ai cristiani. Su questo pericolo è da tempo che gli esperti profetizzano facile, oltretutto dicendoci che Covid-19 non è né la prima, né l’ultima delle pandemie. Tempo al tempo, facendo le corna.
Avvisi inascoltati ovviamente, visto lo smantellamento progressivo della Sanità, la sua privatizzazione strisciante, con riduzione dei posti di terapia intensiva, chiusura di ospedali sul territorio e soprattutto nessun investimento su quella strumentazione minore ma indispensabile per fare una strategia di contenimento davanti al primo apparire dei sintomi. Sappiamo bene che la strage di vite umane che si è consumata poteva in gran parte essere contenuta se da subito, come è stato per la Corea del Sud e Taiwan, avessimo avuto un adeguato numero di maschere protettive, guanti, tamponi di indagine, con cui tutelare pazienti e personale curante. Un semaforo rosso da accendere subito per fermare la corsa del bolide Coronavirus. E invece?
E invece, tra proclami sgangherati di certa politica che voleva essere rassicurante parlando a vanvera e la mancanza di cartucce a disposizione per combattere il flagello, siamo arrivati al punto dove siamo.
Certamente questo è il momento di prendersi cura di chi è stato contagiato, ma è anche quello di cominciare a guardare le radiografie delle patologie parallele. E quello della Sanità non è malanno da poco. Fare tesoro e rimediare è solo il primo passo, sempre che la salute dei cittadini non sia secondaria rispetto ai bilanci di cui vantarsi davanti agli elettori...

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