Il Fatto di Bruno Fasani
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Il coraggio di chiamare le cose col loro nome

Sta girando in questi giorni su Facebook questa storiella. Ve la riporto: “Diversi anni fa, quando nacqui, i miei genitori furono costretti a fare una cosa rivoltante: hanno dovuto registrarmi all’anagrafe...

Parole chiave: Schedati (1), Rom (9), Il Fatto (366), Bruno Fasani (287), Immigrati (12)

Sta girando in questi giorni su Facebook questa storiella. Ve la riporto: “Diversi anni fa, quando nacqui, i miei genitori furono costretti a fare una cosa rivoltante: hanno dovuto registrarmi all’anagrafe. Poi lo Stato ha avuto l’ardire di assegnarmi un codice fiscale e una carta di identità che, come è noto sono strumenti fascisti per schedare le persone. Ma non è finita. Nel corso della vita, mi hanno obbligato, ogni volta che cambiavo residenza, a denunciare quella nuova. E per non parlare poi di tutte le certificazioni e dichiarazioni sulla proprietà dell’auto, della casa, denuncia dei redditi con tutti i controlli fiscali che da essa derivano. Ricordo con orrore quando poi i miei genitori hanno dovuto iscrivermi a scuola, pena la loro denuncia per omissione dell’obbligo scolastico. E senza dimenticare quando mi hanno schedato per la visita della leva obbligatoria, con rilevazione di tutti i miei dati antropometrici. Ne deduco che lo Stato mi ha sempre schedato, come e quando più gli è parso e piaciuto e, a cadenza regolare, verifica in continuazione la validità dei miei dati. E allora mi chiedo: ma dove erano i paladini della tutela dei diritti e della privacy, che oggi si stracciano le vesti perché il ministro dell’Interno ha proposto il censimento dei Rom che, come tutti sanno, sono tra le categorie più miti, mansuete e oneste del mondo?”.
Fin qui la storiella. Preciso che è proprio quest’ultima frase, il 15% di tutto il pensiero, il punto debole di questa riflessione. Il sarcasmo con cui si definiscono i Rom miti, mansueti e onesti è una forma di generalizzazione che, come tutte le generalizzazioni è una sottile e crudele forma di razzismo. Come quando dicono che i preti sono tutti pedofili o che le donne sono tutte delle poco di buono. È vero che i Rom non godono di grande stima e simpatia (e sia detto per cause loro oggettive, non perché siamo cattivi), ma nessuno è autorizzato a dire che tutti i Rom sono violenti, ladri e disonesti. In questo senso, il ministro Salvini ha sbagliato a parlare di censimento, rivelando così l’obiettivo neppure tanto nascosto di voler “normalizzare” la loro situazione.
Ma avrebbe avuto ben altro consenso se avesse detto che anche i Rom, in quanto cittadini italiani, sono tenuti a sottostare alle leggi, rispettandole come tutti gli altri cittadini. Penso ai bambini e all’obbligo della scolarizzazione. Perché se un bambino di casa nostra non frequenta, i genitori vengono denunciati, mentre non succede per loro? Perché noi abbiamo un codice fiscale che ci accompagna come l’occhio del grande fratello in tutti i nostri movimenti di denaro, mentre per loro è ovunque zona franca? Perché una parte di loro vive notoriamente di illegalità, sfruttando manovalanza minorile, senza che a nessuno ne sia chiesto conto? Andate una volta nelle metropolitane di Roma o Milano per vedere cosa succede.
Generalizzare è razzismo, ma chiedere il rispetto della legge è premessa irrinunciabile di civiltà. Senza la quale il buonismo di una politica parolaia non fa altro che invelenire ulteriormente il sentire della gente, consegnando a Salvini i destini d’Italia.

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