Il Fatto di Bruno Fasani
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A cent’anni dalla fondazione l’adunata degli alpini a Milano

Sotto l’ombra della Madonnina questa domenica si daranno appuntamento le penne nere d’Italia e del mondo. Quattro, cinquecentomila provenienti da tutte le parti, con famiglie, amici e simpatizzanti. Una festa di popolo messa in piedi, come ogni anno, dalla più grande associazione al mondo, quella degli alpini...

Parole chiave: Il Fatto (219), Bruno Fasani (149), Alpini (8), Adunata (3)

Sotto l’ombra della Madonnina questa domenica si daranno appuntamento le penne nere d’Italia e del mondo. Quattro, cinquecentomila provenienti da tutte le parti, con famiglie, amici e simpatizzanti. Una festa di popolo messa in piedi, come ogni anno, dalla più grande associazione al mondo, quella degli alpini. Milano, a dispetto della sua aria snob e un tantino presuntuosa, si trova così ad essere capitale della festa e della memoria. Era l’8 luglio del 1919, giusto cent’anni fa, quando in un locale della Galleria, accanto al Duomo, un gruppo di alpini tornati dalla guerra avevano firmato l’atto di nascita dell’Ana. Prima, però, erano saliti sull’Ortigara, dove c’era stata un’ecatombe di loro compagni. Erano saliti per non dimenticare. “Per non dimenticare” sarebbe diventato il loro ritornello, scritto sulla colonna mozza messa in cima alla montagna e tramandato di bocca in bocca fino ad oggi. E le cose che non andavano scordate erano almeno tre: gli amici che non erano più tornati alle loro case, i motivi per cui si erano sacrificati e soprattutto le ragioni che avevano portato ad una guerra spaventosa e senza confini. Una guerra che per la prima volta nella storia non si era combattuta sui campi di battaglia preservando la popolazione civile inerme, ma era entrata nel cuore dei paesi e delle città a seminare morte con le moderne tecnologie inventate da poco tempo. Gli alpini pagarono un prezzo altissimo, ma non furono uomini di guerra. Mai. Furono piuttosto degli obbedienti. Chi si rifiutava di partire o scappava dal fronte aveva pronto il plotone di esecuzione. Ma capirono anche la follia della guerra. A questo mondo anche la pace qualche volta sembra venire a nausea per quelli che si sentono vivi soltanto quando diventano violenti. E quando la pace viene a nausea allora si inventano logiche razionali per giustificare l’infamia. Allora furono soprattutto i nazionalismi a creare ostilità degli uni contro gli altri. La Germania contro la Francia per il predominio territoriale in Europa, contro l’Inghilterra per quello sui mari e sulle colonie, l’Italia per i vicini Paesi slavi, la Russia contro l’Impero austroungarico per il controllo dei Paesi dell’Est e per l’accesso al Mar Mediterraneo... Ingordigie di allora che pian piano minarono la voglia di stare insieme e che oggi rimandano ad altri antagonismi che stanno minando l’unità d’Europa. Poi per gli alpini venne la Seconda Guerra mondiale, con il fronte greco-albanese e soprattutto la campagna di Russia. A Nikolajewka ho trovato signore anziane che nel 1943, allora ragazzine, avevano il compito di portare i cadaveri degli alpini in aperta campagna. Li caricavano su una slitta trainata da un cavallo e poi li gettavano come meglio riuscivano sulla terra coperta di neve. Quaranta sotto zero per quegli alpini dagli occhi fissi, che non avrebbero più rivisto le stelle e tantomeno la loro casa e i loro amori. Gli alpini di oggi sono uomini della memoria e del fare. Lo scorso 2018 hanno dato all’Italia, in denaro e prestazioni sociali, l’equivalente di 77 milioni di euro. Non c’è angolo del Paese e non c’è campanile che non conosca la loro opera. Sono l’associazione più amata e stimata d’Italia e nel mondo. Con qualche piccola eccezione. La Curia di Vicenza ha disposto che sulla bara di un alpino non si posi il cappello durante i funerali. Perché coprirebbe la croce è la motivazione addotta. Facendo dedurre, con un pizzico di malizia, che ognuno ha la misura del cappello in base alla testa che c’è sotto.

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