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Divergenze parallele

Saper fare e poter fare. Due piani destinati a non incontrarsi mai? A Verona la questione delle nomine degli enti e in particolare quella di VeronaMercato, è stata teatro di uno scontro pesante e senza precedenti tra l’amministrazione Sboarina, il presidente della Camera di commercio Riello e l’ex sindaco Tosi. Nel botta e risposta registrato tra comunicati e conferenze stampa, sono volate parole forti: «imperatore da basso impero», «predatore di poltrone», «elemento divisivo», «incompetente»...

Parole chiave: Nomine Enti (1), Editoriale (337), Renzo Beghini (59)

Saper fare e poter fare. Due piani destinati a non incontrarsi mai? A Verona la questione delle nomine degli enti e in particolare quella di VeronaMercato, è stata teatro di uno scontro pesante e senza precedenti tra l’amministrazione Sboarina, il presidente della Camera di commercio Riello e l’ex sindaco Tosi. Nel botta e risposta registrato tra comunicati e conferenze stampa, sono volate parole forti: «imperatore da basso impero», «predatore di poltrone», «elemento divisivo», «incompetente».
Tosi ha parlato di «inaudita aggressione nei confronti di chi rappresenta le categorie economiche della città. A memoria non ricordo una simile tracotanza da parte di nessun amministratore». Il sindaco Sboarina a sua volta, reclama il diritto della politica e degli eletti a rappresentare gli enti nei confronti delle «pesanti ingerenze» delle categorie economiche» e replica che «chi protesta è stato l’occupatore della città negli ultimi cinque anni».
Così – scrive il giornale L’Arena – si riduce sempre di più il dialogo tra la politica e il mondo economico cittadino: «la prima vuole prendersi tutti i posti e spazi possibili, il secondo contesta l’occupazione delle poltrone e chiede competenza nei ruoli strategici nel nome di un lavoro di squadra e di un “sistema Verona” che funziona se confronto e dialogo vengono alimentati». I termini che maggiormente sembrano riassumere il confronto politico cittadino sono quelli di legittimazione e di competenza. Pare quindi che il Comune abbia legittimazione ma non competenze; e, al contrario, il mondo economico abbia competenze ma non legittimazione.
Divergenze parallele, insomma. Irrisolvibili e senza alcun punto di contatto. A ben guardare però il problema non sta in un’astratta antropologia sociale delle facoltà, non sta nell’asimmetrica distribuzione di legittimazione e competenze, quanto piuttosto nella cultura politica che ne esprime gli intrecci e connessioni.
Almeno tre considerazioni.
Nella vicenda delle nomine si conferma l’impressione che la politica ha attenzioni che non riguardano la “gente”. E la gente questo conflitto non lo capisce. La politica si mostra luogo di potere e scontro tra poteri: nuova contro vecchia amministrazione, politica contro economia. L’amara constatazione è che alla politica le persone, la vita quotidiana, quella regolare, di tutti i giorni e di tutte le famiglie, ... non interessano.
Su una cosa siamo tutti d’accordo: chi viene eletto ha il dovere di decidere e si assume la responsabilità della crescita della città. Il sindaco Sboarina chiede di essere giudicato sui fatti. È giusto. Ed è quello che faremo. Ma attenzione, siamo stanchi di sentire: «Abbiamo vinto noi e per questo abbiamo il diritto di ...». Sarà pur secondo la legge, ci mancherebbe: ma sul piano delle relazioni politiche, si chiama arroganza. Manifesta debolezza istituzionale. E dal punto di vista etico è una pretesa infondata. La legittimazione etica in politica non è una garanzia acquisita alle elezioni, ma è una promessa da perseguire per il bene comune. Non è una cambiale in bianco.
Dall’altra la domanda di competenza è indubbiamente corretta e onesta, ma chi decide sulle competenze? Attenzione a pensare che gli unici “competenti” siano gli operatori economici, gli industriali o i professionisti. Anche questa non è una garanzia e non è scontato. E attenzione a pensare che la politica sia di per sé incompetente. Sarebbe interessante chiedersi chi e dove sono tutti questi imprenditori che hanno a cuore il “sistema Verona” e soprattutto dov’erano quando si trattava di metterci la faccia per scendere in politica e assumersi la responsabilità di un progetto per la città.
Rimane che una sana cultura politica deve far riferimento al bene comune non come l’equa spartizione delle poltrone, ma come attenzione alla vita reale e integrale della gente, a partire da quelli più in difficoltà.

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