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Il pubblico applaude una Butterfly dall'esecuzione non ottimale

di MARIO TEDESCHI TURCO

L’opera di Puccini con l’allestimento di Zeffirelli e la coppia Kurzak-Alagna è stata l’ultima prima del centesimo Festival

Il pubblico applaude una Butterfly dall'esecuzione non ottimale

Con la prima di Madama Butterfly andata in scena il 12 agosto si è conclusa la serie di otto diverse opere che il cartellone areniano ha proposto in questo festival del centenario. Quando manca ancora poco meno di un mese al termine della stagione, ci sentiamo di dire che l’apporto tecnico e professionale delle maestranze areniane ha lavorato in modo egregio, operando sui cambi di allestimento con la dovuta tempestività, precisione, perizia, e i pochi intoppi registrati non compromettono in alcun modo l’immagine di alta maestria che la direzione di scena ha dato di sé nei mesi.

Il capolavoro pucciniano è stato proposto nella messa in scena che Franco Zeffirelli aveva creato per l’Arena nel 2004, più volte ripresa negli anni, mentre il direttore e concertatore è stato Daniel Oren, con la coppia Aleksandra Kurzak e Roberto Alagna – già sentiti insieme nella Tosca – nelle parti principali. Si è trattato di un’esecuzione musicale purtroppo alquanto problematica: mentre Oren con ogni evidenza ha cercato di trarre dalla partitura soprattutto l’analisi del dettaglio timbrico (quello possibile all’Arena, naturalmente), con una serie notevole di variazioni dinamiche e agogiche tese a illustrare al meglio il decorso motivico della drammaturgia strumentale (ne è uscito un eccellente Intermezzo tra II e III atto, e stagliati in modo drammaticamente insinuante i leitmotive della maledizione, dell’amore e del destino), i protagonisti hanno tendenzialmente fatto del proprio arbitrio la regola dell’esecuzione, sia nei tempi che soprattutto nello stile di canto: e quindi, al lirismo dell’orchestra di Oren si è sorprendentemente sommato il declamato stentoreo, fisso, privo di nuances di Alagna (come in Tosca notevole nel volume amplificato, ma usurato nel timbro e in difficoltà negli acuti, tutti periclitanti e prossimi al grido), e il parimenti monocorde ductus della Kurzak: ha funzionato, quest’ultimo, nei momenti forti di Un bel dì vedremo e nel finale, che richiedono com’è noto il massimo del pathos d’una donna ormai adulta, persa nell’attesa snervante di ciò che mai si avvererà; assai meno nel lirismo adolescenziale del I atto, o nel rovello dubbioso del II, che dovrebbero essere un vortice di intermittenze le più varie, ma che sono state la maggior parte delle volte sorvolate dal soprano con fraseggio generico e qualche inflessione gutturale nel registro grave. Si potrebbe in sintesi qualificare la prestazione di tenore e soprano con l’aggettivo “verista”, quale termine sommario d’intesa, ma – salvo qualche momento – né il primo né la seconda hanno poi mostrato di avere una linea di canto talmente granitica da giustificare la pur discutibile scelta interpretativa: discutibile di per sé è nostro parere; discutibile in quanto incongrua rispetto alle scelte del direttore ci è parso invece dato di fatto. Chi invece ha cantato con eleganza estrema, dettaglio di parola scolpito, ispirato lirismo in perfetta sintonia con il direttore è stato il baritono Gevorg Hakobyan nella parte di Sharpless, che ha donato al duetto con Cio-Cio-San proprio quello scavo psicologico, sommesso e intimamente poetico/problematico che è uno dei segni pucciniani più geniali della partitura. Un discorso a parte merita la Suzuki del mezzosoprano Elena Zilio: per quanto le siano sfuggiti alcuni suoni rauchi a causa dell’usura vocale, questa veterana ha sfidato la sua età certo non verdissima riuscendo a plasmare un personaggio in maniera accettabile, e addirittura coinvolgente quanto a dolentissimo pathos, impiegando i suoi stessi limiti vocali per assecondare la visione di Oren: strana recita, dove sono le parti di fianco a far musica e teatro con il direttore, coinvolgendo anche il Goro di Matteo Mezzaro e lo Zio Bonzo di Gabriele Sagona.

Lo spettacolo di Zeffirelli è eccellente, dal punto di vista scenografico, nella cupezza tragica del II e III atto, mentre inutilmente caotico nelle controscene moltiplicate del I atto, per quanto i vari costumi creati da Emi Wada siano ancora molto belli da guardare. Su pose e prossemica attoriali c’è pochissimo da dire: la Kurzak ha messo insieme tutto il repertorio più antico di una gestualità rituale giapponese manieratissima; Alagna è risultato molto statico, la qual cosa è funzionale al personaggio per sottolinearne la protervia rapace e disumana, e dunque è efficace. Assai meno efficace è cantare il duetto del I atto con la protagonista – il delirio erotico forse più intenso mai osato dall’opera italiana – lo sguardo sempre rivolto al pubblico.

Vivo successo di pubblico per tutti, e soprattutto per Aleksandra Kurzak. Repliche il 25 agosto, il 2 e 7 settembre: in queste due ultime date, segnaliamo il debutto all’Arena di Asmik Grigorian, stella luminosissima della scena lirica internazionale, e dunque appuntamento assolutamente da non perdere.

(nella foto Ennevi una scena di Madama Butterfly)

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