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Vent'anni fa Verona ha detto addio al "suo" Giorgio Zanotto

Giorgio Zanotto scomparve il 24 ottobre 1999 all’età di 78 anni, proprio nel giorno in cui il presidente della Repubblica Ciampi avrebbe dovuto consegnargli l’onoreficenza di Cavaliere del lavoro

Parole chiave: Giorgio Zanotto (1), Anniversario (4)
Foto di Giorgio Zanotto

Sono vent’anni che Verona ha perso Giorgio Zanotto. Che “ha perso un padre”, come titolava Verona Fedele all’indomani della sua scomparsa. Per chi allora c’era, sa che il titolo era appropriato. Per chi è arrivato dopo, sappia che Zanotto fu consigliere e assessore comunale cittadino, sindaco scaligero dal 1956 al 1965 (il Rinascimento di questa città), presidente della Zai fino al 1971, della Provincia fino al 1975. Quindi Banca Popolare di Verona, che portò dalla dimensione locale a quella nazionale.
Se nel mezzo ci mettiamo che quelli furono gli anni di Zai, Quadrante Europa, Università degli Studi, autostrade, aeroporto Catullo, Policlinico di Borgo Roma e altro ancora, si comprende la statura di questo cavallo di razza, cattolico prima ancora che democristiano. Cattolico di ferro in un carattere più vellutato, forgiato da una cultura umanistica (anche se era laureato in Economia, e commercialista) che non gli impedì di essere un grande banchiere. Anzi.
Così, sul nostro giornale mons. Piergiorgio Rizzini poteva giustamente scrivere che “siamo diventati tutti più poveri: la famiglia, la parrocchia di Sant’Eufemia (qui sarà celebrata una Messa in suffragio domenica 27 ottobre alle 11.30, ndr), la città”.
Sempre le nostre pagine ospitavano il ricordo dell’allora vescovo scaligero padre Flavio Roberto Carraro: “Ho visto Giorgio Zanotto parecchie volte, ma ricordo ancora con stupore il primo incontro. Eravamo all’Agricenter per un convegno sul fidanzamento e il matrimonio. Zanotto era un uomo della finanza. Quando cominciò a parlare, mi stupì la profondità e la semplicità con cui sapeva trasmettere la sua visione biblica sull’argomento. Ho conosciuto l’attenzione che rivolgeva alla sua città, soprattutto ai poveri; la sua fede che non era una scelta ideologica ma la sostanza stessa della sua vita; la sua modestia. Un giorno gli chiesi di venire a parlare ai seminaristi di economia. Subito mi ha risposto: no. Poi mi ha detto: ‘Mi scuso per aver detto no a lei che è un ministro di Dio. Non mi sentivo adatto all’incarico. Mi ritenga disponibile’. Sono andato a trovarlo in ospedale dopo che gli venne data l’unzione degli infermi. Mi teneva la mano. Era sereno, non della serenità di chi si aggrappa alla medicina, ma di chi si sente naturalmente nelle mani di Dio. Credo che Verona viva ancora delle sue intuizioni. La città lo porterà sempre nel cuore, come quel suo ex allievo che qualche tempo fa mi ha mostrato una sua foto che teneva ancora con sé. Mi auguro che si raccolgano i documenti di vita di Zanotto per meditarli”.
Oggi c’è una Fondazione che tiene vivo il suo nome, il suo ricordo, la sua opera. C’è un Polo universitario che è stato battezzato come lui. C’è soprattutto la nostalgia di un tempo – e di persone – che sembrano ormai irripetibili.

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