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E ora i nonni si fanno in quattro

La festa dei nonni del 2 ottobre, in coincidenza con la celebrazione liturgica dei santi Angeli custodi, offre diversi spunti di riflessione su come sostengono le famiglie, fanno da collante e sulla trasmissione della fede...

Parole chiave: Festa dei nonni (1)
Un nonno aiuta la nipotina a fare un disegno

Autisti, baby sitter, consulenti, tuttofare, confidenti, dispensatori d’amore: difficile sintetizzare in una sola parola ciò che rappresentano i nonni. Il 2 ottobre sarà la loro festa nazionale: non a caso, coincide con quella cattolica degli angeli custodi.

I nonni-Superman tra affetti e nuovi ruoli

Figure sempre più complesse e necessarie

Autisti, baby sitter, consulenti, tuttofare, confidenti, dispensatori d’amore: difficile sintetizzare in una sola parola ciò che rappresentano i nonni. Il 2 ottobre sarà la loro festa nazionale: non a caso, coincide con quella cattolica degli angeli custodi.
È dal 2005 che una legge invita a mettere al centro dell’attenzione pubblica queste figure discrete ma fondamentali, organizzando dei momenti per valorizzarli e ringraziarli.
Certo, i nonni moderni sono ben diversi da quelli di una volta, baffuti e tutti d’un pezzo, severi e algidi. Quelli di oggi si tengono al passo coi tempi: sono autonomi a lungo (salute permettendo), spesso lavorano oppure, se sono in pensione, coltivano interessi e si mettono a disposizione della famiglia per accudire i nipoti mentre i figli lavorano. Alcuni sfruttano il tempo libero per dedicarsi al volontariato, operando al servizio della comunità.
Il valore dei nonni si può misurare nel patrimonio immateriale di coccole, tenerezza, ascolto e trasmissione dei valori. Ma è anche possibile quantificare il loro peso nel quotidiano. In certi casi – in aumento dalla crisi economica in poi – sono proprio loro a sostenere il welfare domestico: non solo allungando la classica mancia, ma addirittura investendo parte della pensione per aiutare figli o nipoti che non trovano lavoro o devono pagare affitto e bollette. Se un tempo erano i giovani ad aiutare i vecchi, adesso per la prima volta si assiste al procedimento contrario. Un’altra differenza, rispetto a decenni fa, è la riduzione del numero di discendenti, complice il calo demografico. In media gli anziani vivono di più, ma con meno pargoli da cullare.
Adriana Vallisari

«Se le famiglie si disgregano possono unire le generazioni»

Un percorso innovativo per i nuclei che hanno vissuto la separazione

Quando le famiglie si sfaldano, i nonni restano un punto di riferimento. Possono diventare il pilastro che sorregge i figli in un passaggio doloroso e imprevisto della vita. Ma, soprattutto, ci sono per i nipoti, a salvaguardia della loro crescita. È una posizione delicata, la loro. Eppure, nonostante la sofferenza, potenzialmente ricca di possibilità.
A sottolineare l’importanza di nonni e il loro valore all’interno delle separazioni familiari ci ha pensato un percorso innovativo ospitato all’oasi di San Giacomo, struttura dell’Opera don Calabria che si trova a Vago di Lavagno. Qui, l’associazione Colle per la famiglia ha proposto un programma sperimentale – unico a livello nazionale – chiamato “Radici e ali”. Un gruppo nonni-nipoti voluto per rinsaldare il legame intergenerazionale con l’aiuto di due psicopedagogiste e mediatrici familiari e col supporto, come sponsor, di Fieracavalli e Fondazione Cattolica.
Tutto è iniziato a marzo, con un seminario tenuto dal prof. Marcellino Vetere, docente in Cattolica e socio fondatore dell’Istituto veneto di terapia familiare. Ad aprile e maggio, poi, 13 nonni hanno partecipato a cinque incontri di condivisione. Infine, tra giugno e settembre, ci sono state diverse occasioni ludico-ricreative che hanno coinvolto anche i nipoti in attività con cavalli e carrozze, messi a disposizione da Fieracavalli.
L’esperimento ha dato buoni frutti, tanto che nella prossima edizione della manifestazione dedicata al mondo equestre, in programma dal 25 al 28 ottobre a Verona, ci sarà uno stand dedicato a far conoscere quest’esperienza positiva. I partecipanti al percorso, invece, entreranno gratuitamente in fiera.
«Al Colle per la famiglia è dal 2004 che ci occupiamo di nuclei separati: stavolta però abbiamo voluto focalizzare l’attenzione sui nonni e sull’importanza dei legami tra le generazioni – sottolinea Maria Grazia Rodella, referente del progetto –. È stato molto toccante accogliere i nonni, che spesso portano con sé due dolori, per i figli e per i nipoti; abbiamo voluto aiutarli ad aprirsi e a trovare dei riferimenti».  
Quando i matrimoni finiscono ci sono molti scogli faticosi da superare: dalla separazione all’ingresso di nuove figure, compagni o compagne, soli o con figli avuti in precedenza. E in mezzo alle tempeste dei grandi ci finiscono bambini e ragazzi. «Si tratta di situazioni molto delicate, ma i nonni possono fare la differenza nei contesti familiari frantumati – rileva la mediatrice –. Se sono comprensivi invece che giudicanti, se non si ergono a paladini del figlio contro l’altro coniuge, se aiutano i genitori a essere riflessivi, riescono a smorzare i conflitti, anziché alimentarli».
Un compito impegnativo, che richiede di mettere da parte orgoglio, rabbia e delusione per lasciare spazio al benessere dei nipoti. È un sentiero in salita che hanno percorso anche Maria e Bruno, sposati da 48 anni. Genitori di due figlie, una delle quali separata da un paio d’anni, e nonni di cinque nipoti. Elaborare questo vissuto con altri è stato di conforto per la coppia. «Siamo venuti a conoscenza del corso leggendo un articolo pubblicato proprio su Verona Fedele – raccontano –. Per noi è stato molto utile confrontarci con altre persone accomunate da simili vicissitudini: abbiamo ascoltato situazioni anche peggiori della nostra, dove tutto sommato si è raggiunto un equilibrio».
Litigi continui, dissidi economici, corse dagli avvocati, sentenze dei giudici: la tempesta della separazione investe tutti. «Ovviamente ci siamo rimasti male, però non abbiamo stracciato le foto del matrimonio, come fanno alcuni: sono ancora appese al muro, perché lui resterà sempre il papà dei nostri nipoti», riconoscono. «Casa nostra è sempre stata un punto di riferimento per i ragazzi, anche per i due che hanno vissuto la separazione dei genitori – aggiungono –. Continuano a frequentarci e sanno di poter contare su di noi: noi non facciamo domande, ma se vogliono parlare ci siamo».
Vivere serenamente la riorganizzazione familiare non è scontato, anzi. «Ad alcuni nonni è impedito il contatto con i nipoti e ne soffrono molto; altri sono preoccupati per il trauma che li travolge; certi non sanno come rapportarsi con l’ex del figlio o della figlia – sottolinea Elisabetta Leardini, l’altra pedagogista che ha tenuto il corso –. Perciò diventa importante confrontarsi in modo empatico con altri nonni, scambiandosi confidenze e problemi in un luogo protetto». In cantiere c’è già la seconda edizione del progetto, che punta ad ampliare bacino e contenuti. [A. Val.]

«Perché mio nipote non entra più in chiesa?»

Le preoccupazioni di chi teme la dispersione della fede

Sono abituati a portare in braccio o sulle spalle i loro frugoletti. Poi, man mano che i nipoti crescono, i nonni devono fare i conti con qualche altro peso, meno dolce da portare. Tra questi c’è l’abbandono della fede, soprattutto dopo la cresima. Così i nonni, nei loro diversi e infiniti ruoli, si trovano a rivestire anche quello di testimoni del credo nella cerchia familiare. Lo trasmettono nei gesti, con l’esempio. Di frequente, sono loro a parlare di spiritualità e a desiderare che la loro discendenza non dimentichi questa dimensione.
Non è però sempre così. I nipoti sono spesso educati ai valori civili, ma non alle pratiche di fede. Riflesso di una società sempre più secolarizzata, segnata da un distacco dalla pratica religiosa. «Alcuni arrivano che non sanno nemmeno fare il segno della croce: in chiesa sono entrati il giorno del battesimo e poi basta; ci tornano per il catechismo, funzionale a ricevere la prima comunione», conferma don Simone Bellamoli, dal 2010 parroco di Santa Maria Regina al Saval. Una parrocchia vivace, pur con un’età media abbastanza alta. «Gli abitanti del quartiere sono 6.500, un migliaio vengono a Messa qua – fa sapere il sacerdote –. Celebriamo una trentina di cresime all’anno e abbiamo circa duecento bambini che frequentano il catechismo, seguiti da una ventina di catechisti».
A fianco della chiesa c’è una piastra da gioco, punto di ritrovo per i giovanissimi che abitano in zona. Un luogo di aggregazione che favorisce l’adesione agli incontri per adolescenti del venerdì sera, a cui prendono parte un centinaio di giovani dalla terza media in su, con i loro animatori. «Tutto sommato in generale c’è una buona risposta: ovviamente la sfida è far salire ancor di più la partecipazione», ammette don Simone.
Tra le proposte originali, pensate soprattutto per i più piccoli e le giovani famiglie, c’è il “Buongiorno Gesù”: una pratica scoperta durante le missioni del 2012 e riproposta nei tre giorni delle Quarantore, che si tengono nel mese di ottobre, e durante una settimana della Quaresima. «Ci ritroviamo con nonni, genitori e bambini alle 7.20 in chiesa per una preghiera, un canto e una proposta per la giornata – spiega –. Dieci minuti di raccoglimento e poi si va a fare colazione, offerta dai nonni nei locali parrocchiali; si esce tutti alle 7.40 in punto, pronti per andare a scuola e al lavoro».   
Il sacerdote conosce bene il cruccio di tanti nonni, ovvero quello di veder disperdere gli insegnamenti di fede. «Il punto dolente è la partecipazione domenicale, che crolla nonostante la frequentazione settimanale del catechismo – rileva –. Se non ci sono i nonni ad accompagnarli, i bambini perdono la Messa festiva: alcuni di loro, col candore tipico della fanciullezza, mi dicono che sarebbero venuti, ma i genitori quel giorno dovevano andare via». I ritmi frenetici, gli impegni che si sovrappongono, le tante attività da frequentare: molti sono i fattori che remano contro la partecipazione. Addirittura, racconta il don, ci sono casi limite di genitori che hanno smesso di venire a Messa dopo che la figlia è stata cresimata.
«Ancora oggi però vediamo nonni che entrano in chiesa col passeggino, portano i piccoli ad accendere una candela davanti alla Madonna o a dare un bacino a Gesù – continua, analizzando gli aspetti che danno speranza –. Sono gesti di pietà popolare che funzionano durante l’infanzia dei nipoti; poi bisogna passare a un altro linguaggio per far capire che Gesù vuole bene a loro. Spesso i nonni hanno una sensibilità a una fede forte, che tuttavia faticano a tradurre in un linguaggio capace di arrivare ai cuori dei nipoti». D’altronde, per molte persone coi capelli bianchi vivere e praticare la religione rappresenta la normalità, essendo questa una dimensione che hanno respirato fin dall’infanzia; non altrettanto si può dire per le nuove generazioni.
Allora, come fare? Ci sono parecchi nonni credenti che soffrono nel vedere i nipoti lontani dalla Chiesa. «Hanno buone carte da giocare: possono mostrare la gioia della fede, perché sono l’esempio vivente di come credere possa dare una mano nei progetti di vita nonostante le difficoltà, dal matrimonio alla formazione di una famiglia – li rincuora don Simone –. Non devono diventare pressanti e troppo insistenti, perché altrimenti si ottiene l’effetto opposto; come ci insegna la parabola, dobbiamo aver fiducia nel seminare, sapendo che una parte di quei semi daranno frutto. E poi bisogna conservare l’ardire di Santa Monica...».
Anche se i frutti non matureranno nell’immediato, le parole dei nonni hanno comunque il potere di germinare più facilmente. «Non avendo una diretta responsabilità educativa, che invece è affidata ai genitori, i nonni sono più propensi al dialogo e i nipoti con loro si aprono maggiormente, trovando dei confidenti – osserva in conclusione don Simone –. I nonni rappresentano la storia e l’esperienza; sono preziosi sempre, anche quando sono ammalati e da accudire, perché allora mettono i giovani di fronte al mondo della sofferenza, li costringono a fare i conti con la fragilità della vita». [A. Val.]

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