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Ombre rosse sul Continente nero

La Cina sta silenziosamente "mangiandosi" le ricchezze dell'Africa. Il neo-colonialismo di Pechino dilaga senza grandi scrupoli

Parole chiave: Africa (5), Cina (2), Geopolitica (1), Tacchella Eliseo (1), Economia (18), Albanese Giulio (1)
bambini africani sventolano bandierine della Cina

«Ho visto in Congo come si muovono acquirenti e “comprati”»

La testimonianza del comboniano p. Eliseo Tacchella

È il Paese più ricco d’Africa ed è anche il più povero. Il Congo è un giacimento di risorse minerarie che fa gola a tutto il mondo. Una terra straordinaria, grande otto volte l’Italia, che però soggiace allo sguardo vorace degli interessi internazionali. Perché qui si trovano – in enormi quantità – i metalli utilizzati per produrre le tecnologie più avanzate: dagli smartphone, i cellulari di ultima generazione, alle batterie per le auto elettriche. Coltan e cobalto sono le ricercatissime materie prime. Il nuovo oro del futuro.
In questi giorni a fare scalpore (ma neanche tanto, visto il tiepido impatto sull’opinione pubblica) è la Cina, scesa ufficialmente in campo per la conquista del continente africano. In Congo, tuttavia, questa presenza non è una novità: da anni i cinesi hanno iniziato a comprare miniere a tutto spiano. Pechino è in prima fila nella battaglia per accaparrarsi le risorse naturali, in una gara che vede coinvolte società minerarie statunitensi, russe e pure europee (con gli svizzeri in testa).
«Tutto sulla pelle dei congolesi», denuncia padre Eliseo Tacchella, 64 anni, per trenta missionario comboniano nella diocesi di Butembo-Beni, regione dei grandi laghi, in Congo orientale. «Quello della Cina è un regalo avvelenato. Ciò che accade davvero è che stanno svendendo l’Africa», aggiunge. E porta come esempio un’inchiesta parlamentare, per rendere meglio l’idea: «Se i cinesi spendono uno, in cambio ottengono otto volte tanto, perché non si riesce mai a stabilire a priori quanto renderà una miniera; e nella maggioranza dei casi la realtà supera sempre le stime».
Chi sta svendendo il Congo? «Chi lo governa da anni», dice. Nell’era post coloniale, dopo l’indipendenza dal Belgio, c’era stato Mobutu; poi è salita al potere la famiglia Kabila, che ancora non molla le redini. Dittatori corrotti con un’apparente veste democratica.
Bavaglio mediatico, eliminazione degli oppositori politici, massiccia presenza di milizie armate, instabilità e violenza: oggi la Repubblica democratica del Congo appare così. In piena crisi politica, è in attesa delle elezioni più volte rimandate, che dovrebbero tenersi a dicembre. L’attuale leader Joseph Kabila, stando alla Costituzione, dovrebbe abbandonare la sua poltrona, avendo raggiunto il limite dei due mandati. «Ma anche se lo farà, si sa già che il suo successore sarà direttamente controllato da lui; inoltre il sistema di voto è elettronico e molto macchinoso, pare fatto apposta per scoraggiare la partecipazione e mantenere il controllo del potere». Il potere, gli interessi. «La gente è poverissima, mentre qualcun altro intasca smisurati tesori», osserva Tacchella.
La Chiesa, in questo contesto, non è ben vista. «Dalle persone sì, perché la maggior parte della popolazione è cattolica: a Butembo, più un milione di abitanti a 1.700 metri di quota, si sfornano fino a duemila ragazzi per le cresime – esemplifica il comboniano –. Nella nostra diocesi, però, hanno rapito cinque preti in sei anni: tre nel 2012 e due l’anno scorso, proprio dov’ero io; di loro non si è più saputo nulla e i massacri purtroppo sono ancora all’ordine del giorno».
È un Paese diverso quello che vede oggi il missionario, giunto per la prima volta in Zaire (allora si chiamava così) nel settembre del 1979. «La situazione è molto peggiorata: ho visto il Congo arretrare molto; d’altra parte, però, ho registrato una crescita notevole della sensibilità e della mentalità delle persone: è lì che bisogna investire», spiega.
San Daniele Comboni diceva che bisogna salvare l’Africa con l’Africa. «A maggior ragione oggi dovrebbe essere così: è necessario investire nella formazione e nella creazione di una coscienza critica della gente, solo così i congolesi potranno farcela – rimarca Tacchella –. Di sicuro Comboni ci direbbe che siamo troppo tiepidi e ci esorterebbe ad alzare la voce per i nostri fratelli sfruttati».
Già, lo sfruttamento. È invisibile, eppure ce l’abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, quando prendiamo in mano il telefono. A chi viene in mente che un pezzetto del nostro inseparabile cellulare è frutto del lavoro – o meglio, schiavitù – di centinaia di congolesi, spesso bambini? Armati di piccone, restano ingoiati per ore in cunicoli sotterranei per raccogliere i preziosi sassolini, poi lavati e portati ai mercanti, alla frontiera col Ruanda. «L’80% del coltan mondiale si trova in Congo – evidenzia il sacerdote –. Viene raccolto in condizioni a rischio sicurezza e molto insalubri: ci vogliono venti persone e una settimana di lavoro per ottenerne un chilo, pagato 20 dollari. A fare il prezzo sono gli acquirenti stranieri, la popolazione non ha voce in capitolo».
Stessa storia per il cobalto: nel sottosuolo congolese vi è il 60% della riserva mondiale. «La domanda è in continua crescita e il prezzo è triplicato nel giro di un paio d’anni – rileva –. Ci sono città che si prevede verranno rase al suolo per far posto agli scavi; io stesso ho visto demolire completamente una parrocchia nella diocesi di Ituri, nel Congo nord-orientale: è stata ricostruita a una decina di chilometri di distanza, perché nel sito originario c’era una miniera d’oro a cui doveva lasciare lo spazio», racconta Tacchella. «Guardando queste dinamiche è chiaro come sia la finanza a gestire il mondo: la politica si adegua e la corruzione dilaga, a discapito degli ultimi».
Adriana Vallisari

I predatori dell’Africa perduta «che lasciano la gente in miseria»

Padre Albanese: «Portano via tutto in cambio di quattro gingilli fatti male»

Usa un’immagine padre Giulio Albanese, direttore della rivista Popoli e missione, per descrivere l’illusione della mano benevola della Cina sull’Africa. «Non dimenticherò una scena vista a Luanda, in Angola, una decina di anni fa. Era sera e i bambini di strada, distesi a pancia all’aria sui marciapiedi, guardavano i cartoni animati in cinese proiettati su enormi video che giravano sui grattacieli». L’Africa stava a guardare. Un po’ come adesso, con la vista offuscata da luccicanti opere e infrastrutture. Nell’illusione di un benessere che avrà il suo tornaconto.
Con l’ex direttore di Nigrizia, Gino Parisella, padre Albanese fu tra i primi a segnalare i mutamenti geopolitici e lo spostarsi degli interessi dell’Impero del drago verso il Sahara. «Negli anni Novanta i cinesi hanno cominciato a intrattenere relazioni diplomatiche e commerciali con alcuni Paesi africani che si affacciano sull’Oceano Indiano», dice il missionario, già alla direzione del New People Media Centre di Nairobi.
– In tale scacchiere, dove i colonizzatori cinesi posizionarono la prima pedina?
«In Sudan, non a caso. Prima della secessione e dell’indipendenza dei territori meridionali, era il più grande Paese dell’Africa subsahariana. Con 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati di territorio, rappresentava un’opportunità per il vasto bacino petrolifero. I cinesi l’avevano capito e hanno iniziato un’azione commerciale. La Cina è sempre stata allergica all’agenda dei diritti umani, non l’ha mai presa in considerazione e ha affermato il principio di non ingerenza. Sono i due punti fondamentali dell’azione colonizzatrice della Cina in terra africana negli ultimi vent’anni».
– L’evoluzione è stata repentina.
«Nei Paesi in cui vi sono turbolenze, i cinesi hanno un’abilità straordinaria nel fare affari. Riescono, pur in situazioni difficili, a mantenere buoni rapporti con tutti. Sono abili a prevedere futuri scenari vista la fluidità della politica africana, tra ribaltoni e colpi di Stato».
– Cosa rappresenta l’Africa per la Cina?
«È terra di conquista. La dinamica è la stessa della conquista spagnola nelle Americhe: i conquistadores regalavano biglie di vetro e cianfrusaglie alla popolazione, ma in cambio prendevano oro, ricchezze, materiali pregiati. La Cina fa la stessa cosa, con la complicità dei governi locali».
– È un’illusione dunque pensare che la presenza cinese sia d’aiuto?
«Ho raccolto varie testimonianze, la prima in Angola, di un ponte aereo di manodopera cinese sul versante africano con collegamenti in alcuni casi quotidiani. Molta gente aviotrasportata di nazionalità cinese non ha la fedina penale pulita: si tratta perlopiù di detenuti per reati di opinione portati a lavorare in terra straniera. Finiscono richiusi in grandi Chinatown: prigioni a cielo aperto da cui dopo un certo periodo vengono liberati, ma non possono tornare in patria».
– Qual è invece la ricaduta sulla popolazione africana?
«Viene utilizzata manodopera locale, pagata però quattro soldi. Gli investimenti cinesi stanno incentivando l’economia reale nei Paesi africani? È vero, peccato che i denari finiscano nelle tasche dei soliti noti, dei nababbi e delle classi dirigenti, delle oligarchie. Ciò non innesca un reale sviluppo».
– Nemmeno in termini di opere realizzate?
«La qualità delle infrastrutture lascia a desiderare: le strade dopo due anni sono piene di buche per la qualità dei materiali usati. Queste sono le biglie di vetro: cianfrusaglie a ricompensa di materie e fonti energetiche. Per la Cina l’Africa è una miniera e per accumulare riserve strategiche è disposta a qualsiasi cosa. È chiaro che è in atto un’operazione di corruzione sulle leadership africane».
– La società civile, come quei bimbi ammaliati dalle animazioni, non vede?
«Associazioni, gruppi e movimenti si stanno rendendo conto che i cinesi non sono benefattori. Sono lì per business e i soldi investiti dovranno essere ripagati. L’azione di sfruttamento invasivo di vaste aree sta creando danni permanenti al sistema ecologico, geologico, ambientale. Ma i cinesi guardano all’Africa in una prospettiva “escatologica”».
– In che senso?
«Guardano al futuro. È in atto un’opera di colonizzazione che sta portando la popolazione cinese a essere stanziale sul territorio africano, stanno nascendo città fantasma cinesi. Dare la possibilità ai cinesi di immigrare e colonizzare l’Africa è un’opportunità che non vorrebbero perdere: le materie prime sono fondamentali affinché l’Impero del drago possa continuare a crescere ai ritmi di questi anni».
– Si tratta di una nuova forma di colonialismo?
«È un colonialismo diverso. I cinesi sono più scaltri: avanzano, dando anche un input militare, ora più evidente che in passato. Dalla presenza di militari per il controllo dei prigionieri sono state create basi militari. La Cina guarda con interesse la Somalia e la fascia saheliana. La disponibilità ad appoggiare le forze di peace keeping delle Nazioni Unite non è un atto di buona volontà da parte di Pechino...».
– C’è una strategia?
«Si sono comprati i capi di Stato e di governo. Pechino è sempre disposta a riempire il salvadanaio di tali oligarchie. Il colonialismo cinese è la versione riveduta e corretta di quel che facevano gli occidentali del secolo scorso e nell’Ottocento: colonizzare senza scrupoli. Manipolazione che acuisce la parcellizzazione del continente: le Afriche rimangono terra di conquista e ciò le impoverisce».
– Come vede il futuro?
«L’Europa, il cui problema è non avere una politica unitaria, dovrebbe smettere di stare alla finestra a guardare. Qualcuno sostiene che i cinesi danno lavoro, che crescerà l’economia reale... Personalmente sono cauto».
– La prospettiva è di un continente sempre più sfruttato?
«Le Afriche non sono povere, semmai sono sempre più impoverite. I cinesi e gli altri benefattori-imprenditori stranieri danno aiuti finanziarizzati che le popolazioni locali non saranno mai in condizione di restituire».
– La società civile continua a non vedere?
«Sta uscendo dal letargo. Si rende conto degli effetti della politica coloniale e della presenza straniera: c’è la Turchia, i russi stanno colonizzando il centro Africa. Il problema in questo primo segmento del terzo millennio è la parcellizzazione degli interessi: sono più i soldi che partono verso l’estero rispetto agli investimenti che generano ricchezza e benessere in loco».
– Lo slogan “aiutiamoli a casa loro” non si traduce in realtà...
«Le politiche messe in campo non sono di questo segno. I denari finiscono nelle tasche delle oligarchie locali e innescano meccanismi di corruzione. Di questo passo gli africani non saranno padroni dell’acqua che bevono, del pane che mangiano, dell’aria che respirano. I cinesi, che non sono benefattori, hanno una loro peculiarità nell’essere colonizzatori: hanno ben recepito il teorema di Clinton: Trade not aid, commercio non aiuto».
– Come se ne esce?
«Il vero investimento nella logica della cooperazione allo sviluppo dev’essere fatto sulla formazione delle leadership. Le Afriche hanno bisogno di politici attenti al bene comune della loro gente».
Marta Bicego

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