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La scuola torna in bilico: sia l'ultima a chiudere

Il sistema "tiene", fuori invece no: ma è decisivo proseguire perché le lezioni a distanza non possono sostituire completamente la didattica in presenza

Parole chiave: Dpcm (2), Chiusura (3), Covid (42), Scuola (58)
Primo piano con prodotti per la sanificazione sullo sfondo di un'aula scolastica (Foto Lincoln Beddoe@123RF.com)

Si susseguono i Dpcm governativi per stringere le maglie di un Paese che vede crescere il numero di contagiati e morti. Scelte non facili, stretti tra l’esigenza di garantire la salute pubblica e la necessità di non “uccidere” l’economia e milioni di posti di lavoro. A farne le spese rischia ancora una volta la scuola, intesa come presenza degli studenti nelle aule: è fondamentale che prosegua, come ci spiegano presidi e psicoterapeuti, perché la scuola non è solo lezioni e compiti per i nostri figli. Se torneremo in lockdown, sia l’ultima a chiudere. Intanto cresce l’esperienza dell’istruzione domestica, praticata da alcune decine di famiglie pure nel Veronese. Garantita dalla Costituzione, ha modalità ben definite e si avvale di un grosso sforzo familiare per garantire una formazione che comunque verrà testata da un esame a giugno. Ne abbiamo parlato con chi la pratica.
Intervista con il medico psicoterapeuta Alberto Pellai e approfondimenti sul numero di Verona Fedele del 25 ottobre 2020 che trovate in edicola e in parrocchia.

(Foto: Lincoln Beddoe@123RF.com)

La scuola alla prova del Covid: funziona, ma rischia il lockdown
Il preside degli Angeli: tanti sforzi che rischiano di essere sprecati per altre cause

Ingresso alle superiori dopo le 9, orari in entrata e in uscita rimodulati con un possibile ricorso ai turni pomeridiani, didattica a distanza potenziata. Sono alcune delle novità introdotte dall’ultimo Dpcm illustrato domenica sera dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Misure che fanno di nuovo ballare la scuola e che ora dovranno passare al vaglio dei tavoli regionali, chiamati a definire le criticità nei diversi contesti locali.
La decisione, a Roma, è stata motivata col bisogno di sgravare i mezzi pubblici, che possono circolare all’80% della capienza, ma che nelle ore di punta rischiano il sovraffollamento. Il Dpcm, però, anziché intervenire sul nodo dei trasporti, incide sulle scuole, chiamate ad adeguarsi. «Speriamo che il gioco valga la candela: mi pare che così si sposti solo il problema», sintetizza Mario Bonini, dirigente dell’Educandato Agli Angeli e coordinatore dei presidi delle scuole secondarie di secondo grado veronesi. «Innanzitutto bisogna capire cosa intende recepire la Regione: ci saranno valutazioni calate sul territorio, tenendo conto della situazione epidemiologica, quindi non necessariamente le nuove norme dovranno essere applicate allo stesso modo nell’Italia intera», aggiunge.
Mentre in queste ore gli Uffici scolastici sono all’opera per chiarire i dubbi interpretativi col ministero dell’Istruzione, si stanno calendarizzando incontri fra gli enti locali, le Province e le aziende di trasporto pubblico per coordinare possibili soluzioni, che in ogni caso andranno concordate preventivamente col ministero. «Se i numeri dei contagi continueranno a crescere, la scuola non si tirerà indietro, ma tutto lo sforzo fatto finora per ritornare in classe in presenza verrà un po’ vanificato per situazioni non imputabili alla scuola, ma ad altro – prosegue Bonini –. Noi comunque ce la metteremo tutta: se ci diranno che tassativamente le scuole superiori dovranno iniziare dopo le 9 ci riorganizzeremo e adatteremo di conseguenza».
Gli ingressi ritardati, tuttavia, implicherebbero delle complicazioni ulteriori, secondo il dirigente. «Iniziare alle 9 significherebbe finire non prima delle 14.30-15, a seconda degli indirizzi; per gli istituti tecnici e professionali vorrebbe dire portare avanti di molto l’orario e comprimerlo senza fare pause, oppure recuperare le ore perse con la didattica a distanza, che uscita dalla porta rientra dalla finestra – specifica –. E comunque: se si spostasse la campanella in avanti di un’ora, siamo sicuri che poi sarebbero garantite le corse delle corriere nella seconda fascia della mattinata e pure nel pomeriggio? O i ragazzi che vengono da ogni parte della provincia per frequentare le lezioni rischierebbero di essere lasciati a piedi o di aspettare troppo prima di tornare a casa? Noi è da marzo che chiediamo di potenziare i mezzi: se ora ci viene imposto di fare orari diversi dovrà esserci uno sforzo anche da parte dell’azienda di trasporto locale; il timore è che si rimetta mano a tutto quanto per non avere poi il servizio che serve in tempi rapidi».
L’impressione è che la scuola finisca per essere sempre il settore più sacrificabile, chiamato ad adeguarsi ai cambiamenti del sistema, punta il dito Bonini. «Così, alla lunga, mi pare che a pagare siano gli investimenti nella scuola: l’alternanza scuola-lavoro è saltata, la maturità è stata alleggerita... Scelte doverose quando i contagi erano alle stelle, ma non vorrei si innescassero meccanismi per ridurre ancora la preparazione in presenza».
La scuola ha riaperto il 14 settembre con regole di distanziamento, mascherine e igienizzazioni. «A un mese e mezzo di distanza il bilancio è buono, nonostante l’inizio d’anno faticoso e impegnativo per gli operatori scolastici – valuta il dirigente –. Proseguono i controlli serrati, perché ne va della salute di tutti, ma vediamo i risultati nei numeri: all’interno degli istituti i tassi di positivi al Sars-Cov-2 sono bassissimi, significa che l’attività di prevenzione sta funzionando bene».
In attesa di capire come verranno declinate a livello veronese le direttive del Governo, c’è qualcosa che i presidi suggeriscono di fare nel frattempo: «Rendere obbligatorio il vaccino antinfluenzale per il personale scolastico e potenziare la diffusione dell’app Immuni».
Adriana Vallisari

«Fondamentale insegnare nelle aule Casomai siano le ultime a chiudere» 
Lo psicoterapeuta: la classe è molto più di un luogo di formazione

Pellai x sito

“La scuola non è il virus”: così recita uno degli striscioni affissi davanti alla sede della Regione Campania, dove continua la protesta di studenti, genitori e insegnanti contro l’ordinanza del presidente regionale Vincenzo De Luca, che ha disposto lo stop alle lezioni in presenza fino al 30 ottobre, ad eccezione delle materne. S’invoca il diritto allo studio di bambini e ragazzi, già penalizzati nella prima ondata della pandemia, con la chiusura delle scuole e la serrata generale.
«Evitiamo di renderli invisibili un’altra volta», dice Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, papà di quattro figli, in libreria con la sua ultima pubblicazione, Mentre la tempesta colpiva forte. Quello che noi genitori abbiamo imparato in tempo di emergenza (De Agostini).
– Lei è tra quelli che non si stancano di sottolineare l’importanza di tenere aperti gli istituti. Come mai è importante continuare a fare scuola in presenza?
«Perché i benefici sono infintamente superiori, l’ha detto pure l’Organizzazione mondiale della sanità. C’è un guadagno di salute per i ragazzi nel fare scuola in presenza, anziché a distanza. Stare in un luogo fisico con i propri pari consente loro di coltivare le relazioni, di attivare le dinamiche di classe, di avere rapporti diretti con i docenti... Tutti aspetti che in età evolutiva potenziano abilità differenti rispetto alla didattica a distanza, che resta uno strumento emergenziale».
– Nonostante il numero di contagi in salita in Italia, la trasmissione intra-scolastica del nuovo Coronavirus per ora è una dinamica molto limitata, non raggiunge nemmeno l’1%.
«Vuol dire che la scuola resta un luogo dov’è più facile sostenere il mantenimento del sistema di protezione. Di per sé è un ambiente che ha un rischio calcolato, mentre ci sono condizioni correlate all’andare a scuola che hanno un rischio più elevato. Il vero problema è quello del sistema dei trasporti non attrezzato e carente, guardiamo alla giusta causa».
– Idee per aggirare l’ostacolo?
«Se il sistema pubblico non è in grado di mantenere il servizio, si potrebbe organizzare un “sistema famiglia”: con due-tre nuclei familiari che, rispettando le regole, portano a scuola a turno i figli. Oppure si potrebbe usare parte del denaro destinato alla gestione dell’emergenza per pagare i trasporti in privato, in sicurezza. La chiave, in ogni caso, è la collaborazione, attenendosi ai dati oggettivi».
– Che effetti psicologici avrebbe un’altra chiusura delle scuole su bambini e ragazzi?
«Sarebbe estremamente impattante. Però attenzione: non si potrebbe chiudere senza un lockdown generalizzato: se restassero aperte pizzerie e ristoranti e la scuola no, sarebbe un paradosso. Passerebbe il messaggio che conta solo ciò che è monetizzabile. Invece mai come in quest’anno complesso dovremmo aver compreso che la scuola è molto più di un luogo di formazione. Certo, se dovremo metterci in salvezza dal dilagare della pandemia faremo tutti di più, ma al momento non siamo in questa condizione».
– Gli studenti come si sono adattati ad entrare in aula con la paura del virus?
«Hanno capito subito che stare alle regole anti-contagio è l’unico modo per tornare ad avere una vita sociale. Con tanta fatica sulle spalle, ma ce la stanno facendo».
– Come usciremo da tutto questo?
«Imparando a convivere con questa minaccia, non tenendola fuori dalle nostre case. Gli adulti devono essere propositori di un sano equilibrio: non rivogliamo un lockdown, però comprendiamo che c’è una corresponsabilità condivisa per vivere in sicurezza. Facciamo tutti la nostra parte, perché col virus dovremo convivere a lungo, almeno finché non ci sarà un vaccino per tutti». [A. Val.]

Istruzione in famiglia: cresce il numero di chi fa scuola a casa 
Possibilità concessa dalla Costituzione: c’è un’associazione

È un fenomeno in crescita quello dell’istruzione in famiglia. Oltreoceano è chiamata homeschooling: l’apprendere entro le mura domestiche, e non solo, dove le materie di studio sono impregnate delle esperienze vissute nel quotidiano e si consolidano nel rapporto genitori-figli che si traduce in crescita reciproca.
A confermarlo è Sergio Leali, presidente dell’Associazione istruzione famigliare Laif, nata nel 2017 per volontà e opera di madri e padri che attuano questa modalità educativa in Italia. Quanto ad adesioni, con la pandemia in Veneto e nel Veronese (dove da 20 associati si è passati a superare i 70) sono più che triplicate: proporzione che si riflette a livello nazionale.
L’interesse c’è eccome, esordisce: «Siamo contattati quotidianamente da genitori che hanno iniziato l’anno scolastico e stanno valutando la realtà, molto sfaccettata, dell’istruzione parentale. È in corso una trasformazione, accelerata dal Covid-19, nell’ambito del sistema dell’istruzione e delle educazioni. Un sistema in crisi i cui attori principali sono la famiglia prima di tutto, i servizi scolastici e il mondo della comunicazione, le istituzioni civiche e religiose che hanno un ruolo fondamentale».
Questione di consapevolezza per il papà homeschooler di studenti che seguono il percorso delle superiori: «L’istruzione parentale è innanzitutto una scelta di responsabilità. Papa Francesco sottolinea spesso il tema della centralità della famiglia, istituto che secondo noi deve aggiornarsi nel segno della modernità e del divenire delle cose, che deve avere una redistribuzione dei ruoli e una partecipazione al momento educativo».
Il ragionamento non si limita al trasmettere e costruire il sapere, procede oltre: «Come adulti dobbiamo creare le condizioni perché i nostri figli pongano in essere le proprie potenzialità come persone e cittadini. Affinché sviluppino senso di solidarietà e capacità di comprendere gli altri», dice, richiamando la parabola dei talenti per cui ognuno ha ricevuto un patrimonio che è chiamato a mettere a frutto non unicamente per sé, ma per il prossimo vicino e lontano.
«La vera possibilità di cogliere tali obiettivi è che le famiglie si prendano in carico responsabilità e funzioni: parte tutto da qui. Dalla cura speciale verso le giovani generazioni si crea quel clima che permette all’albero di crescere e dare buoni frutti», aggiunge, ponendo a riferimento la figura del beato Giuseppe Baldo per l’attenzione alla situazione specifica di ragazzi e nuclei familiari. «Se non c’è questa riassunzione di responsabilità e funzioni, non si arriva da nessuna parte – incalza –. La famiglia trasmette l’elemento che fa la differenza: l’amorevolezza infusa nel rapporto che i genitori hanno coi figli. Passaggio che dev’essere rivisitato. In tal senso l’istruzione parentale può essere una start up sociale alla portata di tutti, a cui chiunque si può avvicinare e maturare personale competenza, mettendola in atto».
La scuola in famiglia era praticata all’inizio del secolo scorso, fa notare, come fenomeno precedente alla scolarizzazione, sebbene svolta in altri termini. Dal punto di vista legislativo, evidenzia, «la Carta dei diritti dell’uomo e del fanciullo ribadiscono entrambe la responsabilità dei genitori nella scelta educativa. Principi assorbiti dalla Costituzione: nell’art. 30 chiarisce i ruoli e mette al primo posto la famiglia che ha diritto e dovere di istruire ed educare i figli; nell’art. 31 lo Stato riconosce la famiglia e la aiuta nelle sue funzioni; nell’art. 33 dice che le arti e le scienze sono libere e libero ne è l’insegnamento, mentre la Repubblica individua le linee generali dell’istruzione. Infine l’art. 34 stabilisce che l’istruzione è obbligatoria per 8 anni, portati in seguito a 10. Su questi limiti si gioca il fenomeno dell’istruzione parentale, riconfermati dalla legge sulla “Buona scuola” del 2017».
C’è insomma un solido ancoraggio alle norme fondamentali: «Situazione differente dalla Francia dove il presidente Macron ha annunciato la soppressione della possibilità di fare educazione parentale. Fenomeno incardinato non tanto sulla Costituzione, ma su norme derivate che hanno meno forza rispetto a quelle del nostro Paese. In Italia abbiamo un impianto diverso, che va comunque curato e rafforzato».
Una metamorfosi è in atto, soprattutto dopo che il Coronavirus ha portato a rivedere i concetti di tempo e spazio. «Il futuro sarà di diffusione di questa modalità – chiosa –: il ritorno a una dimensione naturale del rapporto tra adulti che hanno messo al mondo dei giovani e sono chiamati a prendersene cura».
Marta Bicego

Niente voti o pagelle ma un esame da sostenere
Il programma sottoposto a scuola e sindaco

Niente voti o interrogazioni, né compiti o pagelle. La differenza tra tara, peso netto e lordo? Si può spiegare nella quotidianità, osservando un trattore carico di legna alla pesa pubblica. La geografia? Si può studiare partendo dalla targa di un’automobile, pretesto per accennare alle lingue che si parlano nei diversi Paesi del mondo. La vita stessa è una materia di studio, quando la scuola si frequenta in famiglia.
Essere mamma e papà “docenti”, ancora meglio se ad animare le aule domestiche sono pure nonni e zii, non è per tutti. Ma le soddisfazioni sono tante a sentir raccontare l’esperienza dell’istruzione parentale da chi l’ha scelta per il figlio Manuele, a partire dall’asilo. È un percorso che Debora Tesauro Calcagni, referente per Verona e provincia di Laif, ha intrapreso nel 2016, mentre era alla ricerca di informazioni sulla genitorialità positiva. «Pensavo che questa modalità di istruzione non fosse contemplata, invece ho scoperto non solo che è legale ma che istruire i figli è un diritto sancito dalla Costituzione», descrive. Subito però precisa: «È una scelta che richiede responsabilità e impegno. Istruire in prima persona si fa attraverso il tempo, le conoscenze, il rendersi disponibili. Davanti alla curiosità del bambino, si decide di esplorare a fondo attraverso lettura, laboratori, visite a musei». È una possibilità verso cui orientarsi, ma con la giusta motivazione, che non può essere dettata unicamente dalla paura per la pandemia e l’insofferenza verso le regole anti contagio. «Non ci siamo mai pentiti – ammette –. Siamo contenti perché siamo riusciti a conciliare lavoro, famiglia, istruzione. La mattina è dedicata allo studio che può avvenire in casa o all’esterno; il pomeriggio è riservato invece a varie attività fuori casa, sia con bambini inseriti nel percorso di homeschooling sia scolarizzati». La socializzazione è fondamentale. Come il supporto da parte dei nonni oppure di insegnanti esterni, delegando alcune competenze laddove non ci si vuole cimentare in prima persona.
«Oggi Manuele ha quasi 7 anni e gli chiediamo annualmente cosa desidera fare. Crescendo si confronta coi coetanei, viene a conoscenza di altre realtà ed è giusto proporgliele. Nel momento in cui dovesse chiederci un percorso scolastico tradizionale, lo asseconderemo», chiarisce la madre homeschooler. Ogni anno il genitore deve presentare una dichiarazione di educazione parentale al dirigente scolastico del territorio di competenza e, in copia, al sindaco che è responsabile per legge di verificare che i genitori compiano il dovere dell’istruzione; in un progetto illustra gli argomenti da affrontare e in che modalità saranno trattati. L’alunno è sottoposto ad accertamento che può consistere in un esame, da sostenere a giugno, per l’idoneità all’anno scolastico successivo. Molti studenti proseguono con la modalità parentale anche per l’istruzione superiore, iscrivendosi a istituti on line internazionali, per esempio per allenare la lingua straniera.
La scuola praticata nel contesto familiare lascia ampio spazio alla creatività e un diario di bordo compilato giorno per giorno conserva traccia delle attività portate a termine. Matematica e italiano prevedono un insegnamento strutturato, per fornire delle basi, facendo riferimento per la didattica al metodo del maestro Camillo Bortolato. Per il resto, è la quotidianità a offrire continui spunti di apprendimento: la curiosità dei bimbi non si esaurisce mai, basta assecondarla. A quel punto non conta se si è o meno seduti in un’aula scolastica. [M. Bic.]

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