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«Io pellegrino per capire la vita»

Da Piacenza a Santiago in silenzio completo: l’esperienza totalizzante del giovane Claudio Pelizzeni

Parole chiave: Santiago (1), Pellegrinaggi (7)
«Io pellegrino per capire la vita»

Successo, soldi e benessere materiale. A 32 anni, Claudio Pelizzeni ha tutto. Dopo la laurea ha fatto carriera fino a diventare vice-direttore di una filiale bancaria di Milano. Presto, però, si accorge che la vita è più grande di una carriera in banca. Un sordo senso di insoddisfazione accompagna le giornate: nel suo cuore abita una sete di felicità che nessun conto corrente riesce ad estinguere.

A risvegliare questa coscienza sopita ci pensa un “banale” tramonto che Claudio ammira dal treno che ogni giorno lo porta da Milano a Piacenza. In un istante di lucidità ha il coraggio di guardarsi dentro e chiedersi: sono davvero felice? La sua risposta è: no. Inizia così la sua personale ricerca della felicità, a partire da una sola certezza: è la possibilità di realizzare un sogno che rende la vita entusiasmante. Ricomincia quindi dalle sue passioni: scrivere per rac- contare il mondo e viaggiare per conoscere se stesso e gli altri. Come un pokerista disposto a rischiare grosso pur di accarezzare il sogno della vittoria, si licenzia per lanciarsi verso nuove avventure. La prima grande sfida si chiama “giro del mondo”: decide di farlo senza mai prendere un aereo. Un viaggio lento di mille giorni, attraverso cinque continenti e 48 Paesi.

Dopo circa tre anni torna a casa, apre un blog e scrive un libro. L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là diventa un caso letterario e Claudio è travolto dall’onda del successo. Nel mezzo di questa vorticosa fama, nasce il desiderio di rimettersi in viaggio. A settembre 2018 decide di cimentarsi con il cammino per eccellenza, quello di Santiago. Sceglie di farlo a modo suo, compiendo il percorso in totale silenzio. In un mondo in cui facciamo fatica a costruire relazioni autentiche e profonde, siamo trascinati nella frenesia del “tutto e subito” e pensiamo che le idee più forti siano quelle più urlate, Claudio rimette al centro il valore dell’ascolto: di noi stessi, degli altri e della natura. 

Percorre 2.189 chilometri in 72 giorni accompagnato da un cartello scritto in cinque lingue: “Sono un pellegrino sul cammino per Santiago de Compostela. Ho scelto di percorrerlo facendo il voto di silenzio: pertanto tu parlami, ma io potrò comunicare con te solo scrivendo”. Come i pellegrini medievali parte da casa, dalla sua Bobbio, nel Piacentino. Una sfida non solo psichica, ma anche fisica perché Claudio soffre di diabete e ha bisogno di cure costanti. Intraprende il viaggio con tutti i medicinali del caso, ma è disposto a correre qualche rischio pur di portare a tutti il suo messaggio.

In compagnia di uno zaino di 16 chili, attraversa vette e vallate, boschi e pianure, passi e altopiani. Quando non trova rifugio in ostelli e parrocchie, dorme in tenda, nella natura. Dopo le prime settimane passate spesso in solitudine, giunge all’imbocco del cammino francese dove incontra gli altri pellegrini.

Grazie al voto del silenzio nascono amicizie autentiche. Nell’incontro veronese del 28 maggio scorso, organizzato dalla libreria Gulliver, Claudio racconta: «Il silenzio viene inizialmente preso con circospezione, a tratti con diffidenza, ma alla fine si scopre che è una vera e propria chiave per concedere alle persone di aprirsi senza filtri, perché sentono di potersi fidare di te e perché ascoltare in rispettoso silenzio dà la sensazione alla gente di poter raccontarti un segreto che saprai custodire senza giudicare». 

Le conversazioni acquistano profondità e arrivano a toccare l’anima. «Particolarmente divertente è lo stupore delle persone nel momento in cui parlano e non vengono fermate nel bel mezzo di un discorso o anche solo di una frase. Si stupiscono che il proprio interlocutore non intervenga e questo in qualche modo le rilassa, permette una comunicazione più fluida e articolata: è totalmente assente la frenesia del dover giungere il prima possibile a conclusioni».

Ma il viaggio non è solo rose e fiori. Tra vesciche sanguinanti e tratte in solitudine, Claudio attraversa anche momenti di sofferenza: «In un bosco di querce vicino a Frejus mi stavo letteralmente arrendendo, sentivo di aver toccato il fondo, non comprendevo il valore e il significato del dolore. Sì, perché il dolore in realtà serve, è necessario alle volte, occorre farselo amico, non temerlo ma conoscerlo e soprattutto riconoscerlo».

In casi come questi il suo segreto è darsi piccolissimi obiettivi quotidiani che, una volta raggiunti, contribuiscono a corroborare il carattere e ad aumentare l’autostima. La sofferenza lo aiuta a crescere e, passo dopo passo, ne scopre tutto il valore pedagogico. Per chi non molla il premio finale è un’iniezione di fiducia in se stessi: «Molte persone in pellegrinaggio si rivelano migliori e capaci di imprese personali che mai avrebbero immaginato di poter compiere».

Sulla strada impara anche il vero significato della condivisione perché «si diventa, all’improvviso, uguali». Classi sociali, lauree, professioni e soldi: durante il cammino sparisce ogni distinzione perché si è tutti stanchi, sudati e doloranti allo stesso modo.

Nel libro Il silenzio dei miei passi (Sperling&Kupfer), Claudio si dice convinto che il vero significato del pellegrinaggio, e più in generale del viaggio, non è la meta finale, ma ciò che si diventa una volta tornati a casa: «Ho capito che non è la cattedrale il premio. Come nella vita, il premio è nel cammino, è nei passi che abbiamo dovuto percorrere per arrivare fin a quella esatta longitudine e latitudine, nelle sofferenze, nelle gioie, nei momenti felici e in quelli di disperazione».

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