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«Il mio cammino fermato da un ictus: ecco la Santiago che affronto con tenacia»

Manager quarantenne stava preparandosi per il viaggio. Poi...

Parole chiave: Ictus (1), Santiago (2)
«Il mio cammino fermato da un ictus: ecco la Santiago che affronto con tenacia»

“Komorebi” è una parola giapponese, intraducibile in italiano, che esprime un’esperienza suggestiva, capace di emozionare. Indica la luce del sole che filtra attraverso le foglie degli alberi. Un placido stupore: quasi una metafora della vita, in grado di sorprenderci sempre. Nel bene e nel male.

Ne sa qualcosa Andrea Baccaglioni, classe 1977, veronese di Valeggio sul Mincio. Il 1° luglio del 2017, all’età di quarant’anni, è stato colpito da un ictus che in tre giorni ha sconvolto la sua esistenza. Si stava preparando a percorrere il cammino di Santiago: aveva già comprato i biglietti aerei per sé e per i familiari, che l’avrebbero raggiunto al termine del pellegrinaggio. Mentre correva vicino casa, in uno dei suoi consueti allenamenti, con la musica di Bruce Springsteen in cuffia a dare la carica, si accorse che qualcosa non andava.

La mano destra iniziava a intorpidirsi. Un campanello d’allarme evidente per lui, volontario in ambulanza con l’associazione Sos di Valeggio sul Mincio: poteva trattarsi di un ictus. Diagnosi, inizialmente scambiata con un’emicrania a grappolo, che gli è stata confermata qualche giorno più tardi, quando le sue condizioni sono peggiorate molto e si è trovato a lottare per vivere, trascorrendo un paio di settimane in terapia intensiva.

Così per Andrea è iniziato un viaggio diverso, imprevisto e impegnativo. A distanza di tre anni, ha voluto raccontarlo nel suo primo libro, intitolato Il mio cammino per Santiago, appena edito da Officina Grafica Edizioni, di Lugagnano di Sona. L’ha scritto all’insegna di un motto – “Mai mollare!” – che vuole essere un incoraggiamento ad altre persone che stanno attraversando questa difficile prova. Per lui è stata l’occasione di cimentarsi nella riabilitazione con uno strumento in più, descrivendo la sua storia, il “prima” e il “dopo” di ciò che è accaduto. Prima era un export manager per un’azienda che si occupa di macchinari per la lavorazione del marmo: aveva sempre la valigia in mano e la sua quotidianità era fatta di frequenti viaggi all’estero, oltre che di famiglia, amici, volontariato e sport.

Dopo, questo concentrato di un metro e 90 di esuberanza giovanile è stato messo alla prova non poco dall’improvvisa lesione cerebrale, che gli ha provocato una paralisi nella parte destra del corpo e un’afasia (difficoltà di esprimersi con le parole, ndr); inevitabili i lunghi mesi di riabilitazione per provare a riacquistare pian piano ciò che l’ictus aveva spazzato via in pochi attimi.

«È un po’ dura rimettersi in gioco – riconosce Andrea, rispondendo per iscritto alle nostre domande –. Fisicamente ci ho messo sei mesi a mollare la sedia a rotelle: ho reimparato a camminare e a fare le scale; oggi, quando facciamo un viaggio, riesco a camminare per una decina di chilometri per una settimana».

Tanta fisioterapia giornaliera, al Centro polifunzionale “Don Calabria”, lo ha aiutato a provare a superare gli ostacoli dovuti agli effetti della malattia. «Per la parte di logopedia ho lavorato più duramente, perché si è trattato di impostare nuovamente tutto il linguaggio, a partire dalla pronuncia delle vocali per arrivare alla sintassi: scrivere questo libro è stato di grandissimo aiuto – aggiunge –. Devo anche a Nives Breda, la mia logopedista, tutti i miei miglioramenti: non sarebbero stati possibili senza lei».

Il suo riscatto quotidiano è un mix di tenacia nel voler risollevarsi, di affiancamento del personale sanitario e della grande rete di affetto e sostegno che circonda Andrea, dalla moglie Stefania Bovi ai parenti più stretti e agli amici. Non a caso, le pagine del libro sono ricche di loro interventi e pensieri, tutti concordi nel riconoscere ad Andrea una grande voglia di vivere, che traspare dai suoi occhi costantemente sorridenti, nonostante le enormi sfide da affrontare.

«In principio dicevo solo “ka, ka, ka” e nessuno mi capiva; oggi parlo lentamente e fatico a trovare le parole anche se le ho tutte in testa, non posso correre e la mia mano non si vuole muovere... non ancora! – spiega –. Continuo a fare riabilitazione, yoga e quando possibile nuoto; faccio sudoku e leggo, mi informo molto sull’attualità. In casa mi diletto in cucina e riesco anche a stirare».

Oggi il suo personale cammino di Santiago è diventato questo, ma sembra che l’appuntamento con quello ufficiale sia solo rimandato un po’ più in avanti nel tempo, quando la ripresa sarà completata... «Santiago è ancora il mio sogno nel cassetto – conferma –. Al momento, purtroppo, l’emergenza sanitaria non è di grande aiuto per le presentazioni pubbliche, ma con questo libro mi piacerebbe incontrare diverse persone, motivandole a non mollare e a vivere la vita pienamente, cercando di oltrepassare i propri limiti». O, come direbbero i giapponesi, a scorgere sempre la luce oltre le foglie. 

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